Addio a Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation

«Little Boy, cresciuto da romantico contestatore, ha conservato la sua giovanile visione di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è ogni giovane, convinto che la sua identità...

«Little Boy, cresciuto da romantico contestatore, ha conservato la sua giovanile visione di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è ogni giovane, convinto che la sua identità speciale non morrà mai»: si conclude così, con una dichiarazione di innocenza mai perduta, “Little Boy, l'autobiografia – uscita per il centenario – di quel fanciullino di Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation, scopritore di Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Corso e tanti altri, morto all'età di 101 anni nella sua casa di San Francisco.

Certo, con il suo secolo addosso, pur non sentendolo, a concludere quell'affermazione scrive che tutto ciò lo crede «a dispetto dell'irrefrenabile destino dell'umanità tutta di cui gli scienziati predicono una rapida fine con la Sesta Estinzione della vita su questa terra. Per questo ora il verso degli uccelli non è un grido di gioia, ma di disperazione». Del resto il poeta «è un funambolo, scala rime» come si leggeva in una delle poesie della sua raccolta più famosa “A Coney Island of the mind” del 1958, poeta che lì definisce ancora «ometto chapliniano». Non a caso la sua celebre libreria e casa editrice, fondata nel 1953 a San Francisco, si chiamava City Lights, come il film di Chaplin. Lì si raccoglie un gruppo di artisti dalla vita dissoluta e spesso disperata. Sono anni di giovinezza e di libertà (Ferlinghetti si è sempre proclamato ammiratore dell'ideale anarchico) e in quella scia è sempre vissuto fedele ai suoi principi e alla letteratura.

Nato a New York il 24 marzo 1919, ha avuto una vita non facile, col padre morto prima che la madre partorisse e venisse, poco dopo, rinchiusa in un manicomio, da cui uscì dopo sei anni chiedendo di riaverlo, ma lui scelse di restare nella famiglia che lo aveva accolto. Poi vive alcuni anni a Manhattan, facendo lavoretti e studiando sino a quando scoppia la seconda guerra mondiale e viene arruolato in marina, finendo un giorno per trovarsi tra le rovine di Nagasaki un mese e mezzo dopo lo scoppio della bomba atomica: «L'inferno in terra che mi rese all'istante pacifista per tutta la vita». Dopo andrà a Parigi, studierà alla Sorbona, prima di tornare in America e stabilirsi a San Francisco, dove apre una libreria e comincia a frequentare quelli che saranno definiti Beat, cambiando per sempre la propria vita.

«L'universo trattiene il suo respiro / C'è silenzio nell'aria / La vita pulsa ovunque / La cosa chiamata morte non esiste» e lui continua a scrivere e lavorare, ormai quasi cieco, grazie all'aiuto e l'amicizia di Mario Zanetti. Poeta di successo, narratore, ma anche pittore, memoria di quegli anni che hanno segnato la cultura americana del dopoguerra, Ferlinghetti è stato un po’ l'imprenditore di tanti amici, l'editore di un gruppo cui letterariamente in fondo non ha mai appartenuto artisticamente, visto che la sua scrittura ha altre origini e va in altra direzione, partendo da Samuel Beckett e «Jimmy Joyce maestro di risate dietro il farfugliare sublime di Finnegans». Lo testimoniano ancora le quasi duecento pagine di “Little Boy”, in cui si parla anche dell'Italia, dei suoi soggiorni romani, del caffè Greco. Italia paese che ama, l'unico dove abbia dato il permesso di aprire negli anni 'Novanta una succursale della sua City Lights a Firenze. Paese, l’Italia, dove ha esposto i suoi quadri a Roma e, nel 2011, ha partecipato alle celebrazioni del 150 anniversario dell'Unità, durante le quali gli è stata dedicata una grande mostra omaggio a Torino.

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