Prima del virus solo le bombe hanno costretto il martire a un silenzioso trasferimento

Nel 1943 Cagliari era devastata: fu organizzato un viaggio a tempo di record su un furgone 1100 con i fedeli che sbucavano come per incanto dalla macerie

Le bombe degli alleati avevano martoriato Cagliari in quel terribile inizio del 1943. Da gennaio, e poi nelle giornate del 24 e 28 febbraio una pioggia di piombo fu riversata sulla città trasformandola in un cumulo di macerie. Cagliari e la Sardegna erano un obbiettivo militare importante per americani e inglesi. Occorreva indebolire il più possibile l’isola anche perché, inizialmente, la strategia militare dell’invasione dell’Italia prevedeva uno sbarco non in Sicilia, come poi avvenne, ma in Sardegna e Corsica, per avere davanti gran parte dello “Stivale” e costringere italiani e tedeschi a disperdere le forze lungo la penisola. E, infatti, non solo il capoluogo, ma altri obbiettivi militari come i porti di Olbia, Arbatax, Porto Torres e La Maddalena, e gli aeroporti di Elmas, Decimomannu, Monserrato, Villacidro, Borore, Milis, Fertilia e Olbia Venafiorita furono bersaglio degli aerei alleati. Centinaia i morti che i sardi dovettero piangere.

A Cagliari in quel disgraziato periodo era rimasto qualche migliaio di abitanti. Per la maggior parte la gente infatti era sfollata nei centri dell’interno, al sicuro. In città rimanevano solo le persone più povere, che non potevano permettersi manco un trasferimento per salvare la pelle. Il pericolo delle incursioni dal cielo era sempre incombente, anche perché dopo un marzo tranquillo, la pioggia di bombe riprese ad aprile, e durerà sino a fine maggio.

Per questo motivo, con l’approssimarsi del primo maggio, le autorità ecclesiastiche e i fedeli cominciarono a chiedersi se era il caso di far effettuare al Santo il consueto pellegrinaggio, per sciogliere il voto del 1656. Alla fine, con la benedizione di monsignor Piovella, arcivescovo di Cagliari riparato a Nurri, si decise per il sì.

I preparativi furono rapidi, anche perché il trasferimento doveva avvenire velocemente, in giornata. A mettere a disposizione il mezzo per il trasporto, un furgone 1100, fu Giannetto Gorini, titolare della ditta che si occupava del trasporto del latte a Cagliari. Il simulacro del Santo, a cui mancava un dito di una mano, andato perduto durante un bombardamento in cui per lo spostamento d’aria la statua era caduta in terra, fu messo sul cassone. La chiesa di Sant’Efisio a Stampace era stata miracolosamente risparmiata dalle bombe, ma fuori si dovettero spalare le macerie per permettere il passaggio del furgone guidato da Giovanni Vargiu.

Di quello straordinario passaggio di Sant’Efisio nella città distrutta esiste anche un bellissimo filmato. Fu Marino Cao, uno degli artefici di quella uscita del Santo, a girare le immagini utilizzando una Kodak 8 millimetri. Un documento memorabile: fu poi Maria Piera Mossa, regista e programmista Rai, a recuperare il filmato nel 1989 montandolo insieme a testimonianze di persone che vissero quel primo maggio del 1943.

Le immagini testimoniano il passaggio lungo il solito percorso: via Azuni, piazza Yenne, il Corso Vittorio Emanuele, via Sassari, sino alla stazione di Piazza Matteotti, mentre la gente, furtivamente, sbuca come per incanto dalle macerie per salutare il Santo, pregare, toccare il furgone. Uscito da Cagliari, il simulacro fu steso sul cassone, temendo danni alla statua a causa di un bombardamento. Così in molti parlavano di Sant’Efis mortu ricordando l’episodio. Si arrivò a Nora e poi rapido ritorno a Cagliari. Come è avvenuto un anno fa e accadrà di nuovo quest’anno, a causa della pandemia. Anche il Covid, insomma, ha rallentato e condizionato la vita di tutti, ma non frena la devozione dei sardi per Sant’Efisio: il voto sarà sciolto ancora una volta, per la 365ª volta.

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