Sandra Milo: «Sul palco sarò una drag queen e tifo per il ddl Zan»

David alla carriera, l’attrice icona del cinema italiano racconta il suo percorso da Fellini, alla televisione, al teatro 

Pietrangeli l’ha scoperta, Rossellini le ha dato il primo ruolo importante, Fellini l’ha trasformata in una icona. Sandra Milo è una delle grande protagoniste della più grande stagione del cinema italiano. Un ruolo che oggi le è stato riconosciuto anche dalla Accademia, la massima istituzione del cinema in Italia, che ha deciso di conferirle il David di Donatello alla carriera, che le sarà consegnato martedì 11 maggio durante la cerimonia condotta da Carlo Conti in diretta su Raiuno.

Signora Milo, quando ha saputo del David cosa ha pensato: che emozione o finalmente?


«Mi ha fatto piacere, perché le notizie inattese portano ancora più gioia. Io non me lo aspettavo più, ormai pensavo ai premi postumi».

A chi deve dire grazie per la sua carriera?

«A tutti i grandi registi con cui ho lavorato: Pietrangeli, Risi, Rossellini, Fellini, Zampa... oddio quanti sono. E ci sono anche i grandi registi francesi: Renoir, Cayatte, Sautet».

Quale fu il suo primo approccio con il cinema?

«Abitavo a Milano e facevo la modella fotografica per la moda. Quelle che adesso chiamano le top. Avevo successo, guadagnavo bene. Ma a un certo punto mi sono detta: voglio usare anche la mia voce e non solo. E così ho deciso di fare l’attrice e sono partita per Roma. Lì ho iniziato a fare provini, anche perché a quei tempi se ne facevano molti, Roma era la capitale mondiale del cinema. Il mio primo film fu “Lo scapolo” di Antonio Pietrangeli con Alberto Sordi. Ma non ho fatto carriera subito, all’inizio giravo di più in Francia. Poi ho avuto la fortuna di lavorare con tutti i più grandi registi».

Fellini su tutti: come avvenne il vostro incontro?

«Fu una cosa predestinata. Avevo fatto “Vanina Vanini”, che era stato fischiato, trattato malissimo - anche se oggi Scorsese ha dichiarato che è uno dei più bei film di Rossellini. E anche io fui trattata malissimo, tanto che avrei dovuto fare “Io la conoscevo bene” di Pietrangeli, ma la produzione disse: “Per carità, non la vogliamo”. Così il mio compagno mi convinse a lasciare il cinema che mi dava solo delusioni e dolori. Scrivevo, scolpivo, finché un giorno non arrivò la telefonata dall’entourage di Fellini che mi voleva fare un provino per “8½”. Dissi no, ma lui insistette finché non si mise d’accordo col mio compagno e venne a casa con tutta la troupe. Montarono tutto nel salone...»

E lei?

«Io non ne sapevo nulla, dormivo, venne la cameriera ad avvertirmi. Mi misero un cappellino di volpe bianca e feci il provino. Giorni dopo mi chiamò il direttore di produzione e mi disse che Fellini aveva scelto me. Io non volevo fare più cinema e me ne andai a Ischia per non essere trovata. Ma Fellini insistette molto, e anche il produttore Rizzoli. Così tornai a Roma. La prima scena fu con Marcello Mastroianni che mi abbracciò e mi disse: “Bentornata a casa, questa è la tua famiglia”».

Con Fellini ebbe un rapporto intenso, e non solo professionale: com’era il Maestro?

«Era una persona ipnotica. Eravamo tutti sedotti da lui. Un uomo pieno di talento, allegria, piacevolezza, intelligenza. Stare con lui era gratificante».

Con Giulietta Masina che rapporto avevate?

«Ottimo. Era una donna intelligente, colta, curiosa. Era nata a marzo come, avevamo molte affinità».

Ha lavorato con tutti i più grandi, da Sordi a De Sica, da Gassman a Mastroianni: c’era un preferito?

«Mastroianni. Era anche lui eccezionale, intelligente, colto, simpatico. Gli piaceva la vita, ma era uno molto semplice, naturale. Non se la tirava come molti attori di allora».

Ha mai pensato a Hollywood?

«All’America no. Io ho lavorato molto in Francia, ho imparato il francese, lo spagnolo. Ma l’inglese no, non ci riuscivo. Ho capito più avanti che era una sorta di rifiuto psicologico, perché da bambina c’era la guerra e c’erano gli aerei che ci bombardavano. E come tutti i bambini provavo odio per questi aerei che portavano morte».

Dopo gli anni ’60 smise con il cinema: fu una sua scelta?

«Avevo avuto mia figlia che non potevo riconoscere perché ero ancora sposata e il mio compagno me l’aveva tolta. Al tribunale avevo promesso che non avrei più fatto cinema e così me l’hanno affidata».

Il ritorno in tv negli anni Ottanta.

«Nessuno poi mi chiamò più al cinema. Ricominciai dalla radio alle 6 del mattino. Poi arrivò la tv: la rubrica del Tg1 “Tam tam” che ebbe molto successo, Minoli mi offrì una rubrica a Mixer e poi “Piccoli fans”, un programma che avvicinava i bambini alla tv ma non in maniera concorrenziale tra loro. Bravi e meno bravi vincevano tutti un animaletto in peluche».

Era la Rai 2 socialista, lei era molto legata a Craxi.

«Sono sempre stata socialista dall’età di 12 anni. Finita la guerra c’era tanta voglia di ricominciare. I giovani facevano politica perché era un credo, mica come oggi che è una professione. Mi ero letta Marx ed Engels, mi piaceva molto l’idea socialista. E Pietro Nenni: un uomo straordinario, di grande umanità. E poi Bettino Craxi, un uomo estremamente intelligente che amava molto il suo Paese».

Lei faceva parte di quella corte di “nani e ballerine” del Psi: la infastidiva la definizione?

«Fu Formica a tirare fuori questa espressione, più da cabaret che da uomo politico. E non veritiera: erano socialisti i grandi intellettuali. Formica faceva torto al suo partito».

Che pensa della polemica di Fedez con la Rai?

«Ormai non mi stupisco più di niente. Io comunque sono stata la prima a fare lo sciopero della fame per le partite Iva, mi sono incatenata di fronte a Palazzo Chigi, sono stata ricevuta da Conte. Battaglie che ho fatto io in prima persona, senza essere invitata in un programma».

Sì o no al ddl Zan?

«Certo che devono approvarlo. Quando è che finalmente ci considereremo tutti uguali? Le differenze non esistono: le creano gli uomini».

Tornando alla tv: la famosa telefonata sul falso incidente di suo figlio Ciro. Sono passati più di 30 anni: cosa prova quando ripensa a quel momento?

«Mi turba ancora. Mi colpì talmente tanto che ancora oggi mi fa male parlarne».

Qual è il suo legame con la Sardegna?

«Purtroppo l’ho frequentata poco perché come tutti gli attori in estate lavoro. Ma è un’isola fantastica. E mi piace il carattere dei sardi, che non sono facili, ma una volta che diventano amici lo sono in maniera appassionata».

Come vive la pandemia?

«Male, ma è una regola che si ripete da millenni. Noi crediamo di dominare la natura, invece è lei che domina noi. E a noi tocca difenderci. Fino ad oggi lo abbiamo fatto con coraggio e la lotta continuerà».

Si è vaccinata?

«L’ho fatto subito, ben contenta perché consapevole che è l’unico modo per salvarci».

Il futuro dell’Italia?

«Mi piace Draghi. Mi sembra una persona che pensa al futuro. Ci aiuterà a uscirne grazie al grande spirito degli italiani».

Ha compiuto 88 anni ma continua a lavorare: presto sarà una drag queen a teatro.

«Per ora lo farò in streaming, poi andremo in tour. Io sono il capo di un gruppo di drag queen che lavorano in un locale. A un certo punto scopro di avere avuto un figlio anni prima e questo ragazzo arriva nella comunità di drag. Questa storia è la riprova assoluta che siamo tutti uguali, tutti possiamo generare la vita».

Si può dire che è una delle ultime dive del cinema italiano?

«Io sono prima una mamma, poi una donna. E infine anche una diva».


 

WsStaticBoxes WsStaticBoxes