Isola delle anime. Il misterioso killer dei nuraghi

Per la collana della Nuova venerdì arriva in edicola il romanzo di Piergiorgio Pulixi 

Pubblichiamo un brano dalle pagine iniziali del romanzo “L’isola delle anime” di Piergiorgio Pulixi.

* * *di PIERGIORGIO PULIXI

Il cane fiutò l’odore del sangue a centinaia di metri di distanza. L’umidità della notte esaltava i profumi della macchia mediterranea creando un tripudio di fragranze: mirto, cisto, corbezzolo, ginestra, timo selvatico… Eppure, sotto la miscela di essenze tipica di quei monti, trascinata dal vento all’interno della camera attraverso uno spiraglio della finestra rotta, la bestiola captò un incontrovertibile afrore acidulo e ferroso: sangue umano. Drizzò le orecchie e si erse sulle zampe a pochi centimetri dal letto del bambino, emettendo un latrato sordo.

Il piccolo si svegliò e gli ordinò di tornare a dormire. L’animale non parve nemmeno sentirlo: come se fosse attirato da uno strano richiamo, schizzò fuori dalla stanza e uscì di casa. Si mise a correre a perdifiato verso la boscaglia alle spalle dell’abitazione, seguendo la scia che spiccava al di sopra degli odori terrosi del sottobosco e di quelli più umidi dell’erba impregnata di rugia da. Le sue ghiandole olfattive lo guidavano come un radar. Attraversò una foresta di gigantesche querce se colari, graffiandosi nei labirinti di rovi selvatici. Il dolore non lo fermò. Più si avvicinava alla fonte, più l’aroma si faceva aspro e violento, quasi che, da rumore di sot tofondo, il sangue si fosse tramutato in un grido acuto. Rallentò il passo quando raggiunse la radura ai piedi di un pendio roccioso, costellata di pochi alberi e quasi del tutto libera dalla macchia. Lo spiazzo era circondato da piante di corbezzolo, lecci ultrasecolari e ginepri vecchi come le montagne. Le chiome degli alberi avevano smesso di frusciare. Anche il frinire degli insetti si era attenuato, fino ad annegare in un silenzio soprannaturale che ammantava come un sortilegio la spianata rintanata tra le colline. Una luna gibbosa imbeveva il pianoro di una luce argentea che faceva rilucere il profilo dell’essere umano accovacciato a terra, coperto di manti di pecora e circondato da un nugolo di moscerini.

Il bastardino si guardò attorno, intimorito. Cinta da gradoni naturali di roccia ricoperti di muschio e licheni, e protetta dai rami fronzuti degli alberi che parevano eretti a sua difesa, vi era un’antica costruzione in pietra, divorata da una muraglia di piante aggrovigliate: una sorta di vagina di trachite nelle pieghe della parete rocciosa. Un velo di foschia azzurrognola esalava dall’interno del tempio, e il cane distinse un gorgoglio d’acqua: si trattava di una fonte sorgiva da cui si era sempre tenuto alla larga, anche quando la sete lo aveva angustiato nelle ore più infernali dell’estate. Quel luogo avvolto da una quiete lugubre, sepolcrale, come assimilato alla vegetazione voluttuosa, emanava una vibrazione sinistra. I sensi gli gridavano di andarsene, eppure non riusciva a muovere nemmeno un muscolo. Decise di violare quel confine in visibile. Accennò qualche passo, approssimandosi all’essere umano. Era una donna, nuda sotto i velli di pecora. Il sangue gocciolava da una ferita slabbrata alla gola, inzuppando il terreno umido. Le mani erano legate dietro la schiena. Si trovava al centro di un circolo megalitico, in un cerchio con andamento a spirale, davanti al tempio che proteggeva il pozzo sacro. Ora il chioccolio dell’acqua all’interno della costruzione era più forte. Intorno al cadavere ancora caldo, la morte continuava ad aleggiare; il cane ne avvertiva quasi l’eco intrappolata tra le mastodontiche pietre. Una stele più imponente rispetto alle al tre, su cui spiccava in altorilievo una falce di luna, traluceva di un raggio diafano. La pietra sembrava osservare glaciale il corpo svuotato di vita.

Le zampe del cane tremavano come fuscelli. Senti va in bocca il sapore acido del pericolo. Sapeva di non appartenere a quel luogo, di alterare con la propria presenza un equilibrio ancestrale. Il costato gli doleva, infuocato di dolore dagli aculei dei rovi e dalle ferite che si era procurato nella corsa attraverso la macchia; tuttavia quella sofferenza fisica non era nulla rispetto alla paura paralizzante che si era impossessata di lui. Ogni rumore era stato spazzato via dal battere frenetico del suo cuore.

«Angheleddu!» Udì a pochi metri da lui la voce del bambino, che lo chiamava.

La bestia si voltò di scatto. Vide il padroncino raggiungerlo e fermarsi a qualche passo dalla donna accovacciata al suolo. L’odore caprino delle pelli che l’avvolgevano era così forte da sovrastare quello degli umori della terra e del sangue. Così intenso che aveva coperto anche l’aroma asprigno che emanava dal corpo zuppo di adrenalina e paura del bimbo.

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