Giorgio Todde maestro di bellezza, d’ironia e di scrittura

L'anniversario. «Noi possediamo nell’isola ancora in grande quantità il Bello Naturale, senza averne merito e con nessuna coscienza. Il Bello Naturale, considerato addirittura un “niente”, un vuoto da riempire...

«Noi possediamo nell’isola ancora in grande quantità il Bello Naturale, senza averne merito e con nessuna coscienza. Il Bello Naturale, considerato addirittura un “niente”, un vuoto da riempire, è un fastidio sociale, un ostacolo allo sviluppo che di questi tempi si identifica tragicamente con il costruire e costruire». Così scriveva Giorgio Todde sulla Nuova Sardegna il 31 dicembre del 2008.

Domani 29 luglio il primo anniversario della sua morte arriva quando gli scheletri anneriti delle querce di Badde Urbara sono ancora fumanti, a ricordarci quanto del disastro di questi giorni, e di tante altre apocalissi, noi sardi siamo tutti responsabili. La cosa che più di tutte avrebbe fatto incazzare Giorgio (mi sembra di vederlo) sarebbe stata il tentativo di risolvere tutta la faccenda degli incendi gettando la croce su pochi criminali da assicurare al più presto alla giustizia e da punire in maniera esemplare (il maledetto pericolosissimo vizio della ricerca del capro espiatorio). Todde non si stancava mai di ripetere che per i boschi che bruciano, ma anche per i paesi che sono sommersi dai fiumi tombati che riemergono, per le coste che sono deturpate dal cemento, per la gente che muore di tumore uccisa da raffinerie di petrolio o da centrali a carbone, la responsabilità è, prima ancora che di alcuni singoli individui, di una sottocultura dello sviluppo che sacrifica ciò che lui chiamava il Bello Naturale per affermare, invece, in maniera cinica, arrogante, violenta, ristretti e miopi interessi particolaristici.

Diceva, Todde, che se i boschi sono abbandonati e così diventano, per l’incuria, bombe pronte ad esplodere in qualsiasi momento scatenando un inferno di fuoco, la colpa non è soltanto degli incendiari. La colpa è della sistematica desertificazione economica, sociale e culturale che è stata fatta della zone interne dell’isola, dove tanti piccoli paesi sono addirittura condannati all’estinzione perché lì il numero delle nascite è stabilmente inferiore, e di molto, a quello delle morti. Paesi condannati all’emarginazione, dove l’apertura di un cantiere forestale per rimboschire dopo l’immane tragedia di un rogo devastante può costituire l’unica o una delle poche chance di sopravvivenza. Devastare illudendosi di produrre ricchezza e, alla fine dei conti, restare condannati sempre alla stessa identica povertà, materiale e morale.


E’ questo il Giorgio Todde che vorremmo ricordare ora che è un anno che ci manca. Il Todde che contro la sottocultura dello sviluppo si è battuto sino alla fine con coraggio esemplare, resistente in faccia ai potenti. La sua lezione è oggi un prezioso antidoto all’incialtronimento che dilaga in tutti i settori della società sarda e di quella nazionale.

Poi Giorgio è stato anche un grande scrittore. Conosceva bene gli abissi dell’animo umano, che i suoi romanzi esplorano con profondità e lucidità dostoevskijane. Fortissima sempre, in lui, la contraddizione tra la piena coscienza di quanto l’uomo sia un legno storto, irrimediabilmente storto, e una spinta quasi nostalgica verso una dimensione morale compiuta. Un narratore che amiamo soprattutto per il modo in cui, con intelligenza sottile e con ironia, si serve della letteratura per svelare falsità e ipocrisie dell’universo borghese, al quale i suoi romanzi contrappongono un mondo immaginario, allucinato, surreale, che contro il “malessere della civiltà” prefigura una libertà piena, un’emancipazione umana totalmente realizzata. Una linea di pensiero lungo la quale lo scrittore e il militante ambientalista, infine, si incontrano.


 

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