La Nuova Sardegna

Princesa, il bivio della libertà

Alessandro Pirina
Princesa, il bivio della libertà

A Venezia il film etno di Stefania Muresu

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Troppo spesso quando si sente parlare di tratta di esseri umani, delle nuove schiave in arrivo dall’Africa, non si va oltre la notizia secca. Il dramma di queste giovani che varcano il Mediterraneo alla ricerca di una terra promessa che così non sarà è un argomento che solitamente viene appena sfiorato, senza andare a fondo per capire cosa c’è dietro questa tragedia umanitaria. Stefania Muresu, regista e sociologa visuale, lo ha fatto. E il suo documentario, “ Princesa”, è arrivato alle Giornate degli autori del festival di Venezia, dove è stato presentato ieri. Princesa è il nome di fantasia di una giovane donna nigeriana, arrivata in Sardegna tramite i canali del traffico di esseri umani. Da decenni esiste una rotta mediterranea di giovani donne destinate al mercato della prostituzione in Europa. Prima della partenza alle future schiave viene praticato un rituale con cui si stabilisce il debito in denaro e si instaura un rapporto di dominio generato dal potere mistico della stregoneria africana. Il giuramento è il principio di una persecuzione psicologica, un patto inviolabile che più di ogni coercizione fisica, esercita violenza simbolica sulle donne, tenendole imprigionate alla schiavitù sessuale.

Anche Princesa è vittima di questo maleficio da cui, una volta arrivata in Sardegna, cerca di liberarsi. Anche perché, nel frattempo nel 2018, è stato emanato un editto religioso di importanza epocale da parte del re Oba Ewuare II, capo spirituale e morale dell’Edo State. L’Oba annulla con i suoi poteri i giuramenti praticati dai sacerdoti tradizionali, liberando dal vincolo della maledizione del juju le vittime della tratta in Europa. Ed è proprio questa svolta epocale che ha spinto Stefania Muresu a lavorare al documentario. «Mi occupo da anni di fenomeni migratori – spiega la regista sassarese – e in particolare mi sono interessata della questione femminile. In questi anni ho conosciuto tante donne, tra cui lei, Princesa, che si trovava all’interno della comunità di accoglienza per vittime di tratta a Cagliari, dove si era rifugiata dopo essere riuscita a fuggire dai trafficanti. Lì è nata l’idea di raccontare la sua storia. Poi, è arrivata la notizia dell’editto religioso e ho deciso di spostare il mio sguardo verso altri contesti. Questo fatto storico ha dato alle donne la possibilità di liberarsi da quei giuramenti, perché - va ricordato - il traffico è basato soprattutto su credenze e superstizioni. Le donne vengono trattenute attraverso la stregoneria, vengono obbligate dare capelli, a bere cose indicibili. Vengono minacciate ritorsioni nei confronti delle loro famiglie. L’editto non le ha liberate, ma ha dato loro la possibilità di scegliere, anche se le mafie nigeriane hanno altri modi di coercizione e violenza».

Film sperimentale. L’indagine di Muresu è proprio incentrata su questo bivio davanti a cui si trova Princesa. Vittima di una stregoneria da cui cerca silenziosamente di liberarsi. «Non c’è una storia, non c’è una narrazione della sua vita – dice ancora la regista –. È stata una mia scelta. Una scelta autoriale di rispettare il suo diritto al silenzio, alla propria vita, al proprio corpo. Non dimentichiamo che è una donna sì molto coraggiosa, ma che ha vissuto la protezione, perché è stata venduta, stuprata. Purtroppo come tante altre che ci sono in Sardegna. Insomma, è un film sperimentale dal punto visivo». Il documentario, girato in pellicola, percorre città e periferie, luoghi sacri e approdi naturali, ritraendo feticci e antichi riti di un Mediterraneo che guarda al Sud. Dalla Sardegna alla Calabria, appunto all’Africa. E poi ovviamente c’è lei, Princesa. «Racconto il sincretismo che lei incarna – aggiunge la regista –. Tra le credenze di un animismo primitivo, i culti cristiani e quelli più recenti della chiesa evangelica nigeriana che lei frequenta in Sardegna». Nel documentario anche la testimonianza di una suora della congregazione di Cagliari che opera nell’unità di strada e si imbatte nei falò notturni di giovani donne destinate al mercato del sesso.

Giornate degli autori. Il lavoro è stato presentato alle Giornate degli autori, all’interno della Mostra del cinema di Venezia. «Siamo molto contenti per questa opportunità – parla ancora la regista –. È un film fuori dai soliti standard, molto nuovo anche dal punto di vista dei linguaggi. Per me essere qui alla Mostra è molto prestigioso. Mi hanno anche detto che sono la prima regista sarda a Venezia. Mi piace l’idea che in un festival così importante si accolga un modo diverso di raccontare il mondo». Il documentario, supportato dalla Sardegna Film commission, è stato scritto da Stefania Muresu insieme a Fabian Volpi. Le composizioni sonore sono di Carlo Doneddu, mentre Vittoria Soddu si è occupata della ricerca sonora. La produzione è il collettivo bolognese Caucaso, in tandem con Roda Film.

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