«Fu così che Aldo scelse Neoneli»

Per gentile concessione di Licanìas pubblichiamo le pagine iniziali del racconto di Roberto Cotroneo inserito nella collana pubblicata a cura del festival che si tiene a Neoneli...

Per gentile concessione di Licanìas pubblichiamo le pagine iniziali del racconto di Roberto Cotroneo inserito nella collana pubblicata a cura del festival che si tiene a Neoneli

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Ogni volta che torno ad A., e lo faccio sempre per pochissimi giorni, mi sento ancora un po’ prigioniero. Le mie sorelle quasi si infastidiscono se esco dagli impegni di famiglia. Come togliessi quel poco tempo che dedico loro quando sono lì, in presenza, e non più soltanto al telefono. L’unico modo che ho per sfuggire a quella che potrei considerare una vera e propria gelosia è uscirmene da solo, con la scusa di fare due passi, e tornare per luoghi così cambiati da quando ero ragazzo da apparirmi quasi irriconoscibili. Si tratta di qualcosa a cui mi sono rassegnato a mio modo.

Qualcuno ha detto: le tue radici sono dove sei stato felice per la prima volta. E temo che quel momento, quel bagliore di felicità, mi sia accaduto altrove. Eppure nel disegno della mia memoria c’è di sicuro qualcosa con cui devo fare i conti. Una forma di felicità meno tenace, più frusta, quasi disincantata. Qualcosa che non ho riconosciuto immediatamente, perché non si trattava di riconoscerla, si trattava di altro, di un sentimento lontano e contraddittorio.

Era d’ottobre, l’ottobre del 1975. Primo anno di liceo. Prima ora di inglese. Entra un uomo, ha 51 anni in quel momento (ma lo so oggi, allora non riuscivo a capire bene l’età degli adulti). Lo chiamerò Aldo, ma non scriverò mai il cognome, per una forma di pudore. Porta un vestito principe di Galles. Ha l’abitudine di camminare per l’aula tenendo entrambe le mani nelle tasche posteriori dei pantaloni. Porta occhiali da miope. Un viso rasato con cura. Nessun capello bianco.

«Avete mai sentito parlare del dottor Johnson?», domandò quasi subito, alzandosi dalla sedia e passeggiando con calma tra i banchi. L'uditorio, quattordicenne, si guardava con aria interrogativa. Era una delle tante domande che ci faceva Aldo (ma nessuno lo ha mai chiamato per nome, ci siamo sempre dati del lei: ci ha sempre dato del lei, a noi, ancora ragazzini).

Samuel Johnson e James Boswell erano suoi buoni compagni di strada. Come anche l'Eliot de “La terra desolata”. E poi “Ulisse” di James Joyce, lo Stevenson de “L’isola del tesoro”, “Il ramo d'oro” di Frazer (per leggerlo riuscii a farlo comprare alla Biblioteca comunale, i libri Boringhieri costavano troppo per le mie tasche), “Gita al faro” di Virginia Woolf, “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen. Ma c'era anche Propp, quello della “Morfologia della fiaba”; William Golding, quello de “Il Signore delle mosche”; e i saggi di linguistica di Noam Chomsky.

Entrava in classe, un'aula moderna con i banchi in formica e le lavagne attaccate al muro, il presidente della Repubblica Giovanni Leone alla parete. Firmava il registro, toglieva gli occhiali, metteva le mani nelle tasche posteriori dei pantaloni e scendeva dalla pedana della cattedra.

Era il segnale che si parlava di letteratura, un segnale che si ripeteva spesso, per nostra fortuna.

«Avete mai sentito parlare di J.D. Salinger?», chiese con una la voce rauca dalle sigarette senza filtro.

Quando ci chiese se conoscevamo Salinger, noi ci precipitammo a leggere quel libro, edito da Einaudi, con quel grande quadrato azzurro in copertina che lo rendeva apparentemente neutro. E una quarta senza la minima notizia sull'autore, neppure l'anno di nascita. Era un libro dissacrante e acido, ma anche tenero e malinconico. Fu la mia, e non solo la mia, scoperta della letteratura. Quell’uomo, così diverso da tutto quello che c’era attorno a noi, suscitava ammirazione. Era lucido, preciso, distaccato eppure affettuoso. Nitido nel suo modo di guardare. Era anche un appassionato di fotografia. Insegnava cose che mi sarei portato addosso per molti anni, e ancora oggi.

Di lui ho sempre saputo pochissimo. Avevo incontrato la figlia un paio di volte, si chiamava Liffey, come il Liffey River. Sapevo che aveva anche un figlio maschio molto impegnato politicamente. Non avevo idea della sua casa, anche se conoscevo i palazzi e la zona dove abitava. Non credo di averlo mai incontrato per strada con la moglie. Anzi, sono sicuro che questo non è mai accaduto. Durante gli anni del liceo seppi che non era nato ad A. Ma che era di Frosinone. Allora non sapevo quasi nulla di Frosinone. Per me poteva essere una frazione, una periferia di Roma.

Un giorno fu proclamato uno sciopero, non ricordo più per quale motivo. Ricordo però che non condividevo le motivazioni. Mi presentai in aula. Non dico fossi l’unico, ma erano pochi quelli che decisero di non scioperare. Lui entrò in classe, mi guardò e mi chiese per quale motivo non avessi aderito allo sciopero.

Risposi fiero: «Non lo condivido».

Era un modo per dirgli che avevo assorbito bene la sua lezione: critica e indipendenza di giudizio.

Ebbe una improvvisa espressione severa. E mi rispose:

«Lei sa cosa diceva Sandro Pertini? Meglio aver torto nel partito che avere ragione al di fuori».

Nel dopoguerra aveva insegnato in varie scuole. Forse anche una scuola elementare. Ma non ad A. Altrove. Non si capiva esattamente.

Correva voce che era stato partigiano. Ma dalle mie parti o si era fascisti o si era partigiani, la zona grigia non c’era. Per cui non vi facemmo caso. Ne conoscevamo di partigiani. Meno di fascisti. Erano più nascosti. Guardinghi, silenziosi. Tenevano i loro cimeli, le memorabilia all’ombra delle loro case. Professavano la loro fede politica con timore, coperta da professioni consolidate: medici, avvocati, notai. Persone che si tenevano ai margini della vita pubblica, ma non ai margini della mondanità e del potere, si iscrivevano alla Democrazia Cristiana, per opportunismo, frequentavano i circoli più esclusivi, giocavano a tennis (il golf era ancora troppo eccentrico per la provincia). Erano ricchi, e continuavano a fare quello che avevano sempre fatto. In provincia si sapeva, si vedevano per le strade, le loro Ferrari, e le Maserati le guidavano come una manifestazione di agio, lentamente.

Il vestito di Aldo era sempre lo stesso? Oppure erano tanti vestiti, ma tutti principe di Galles? La camicia era bianca, d’inverno un golfino sotto la giacca. Grigio. Della cravatta non ricordo. Le scarpe di certo nere. Non aveva mai libri con sé, eppure li conosceva tutti.

Si tratta di tracciare due diagonali. La prima parte dalla Maddalena e finisce a Capo Teulada. L’altra da Punta Falcone a Capo Carbonara. Le due diagonali si incrociano pochi chilometri a sud di Neoneli. Lì è il centro della Sardegna, Barigadu, oristanese. Colline di vigneti. Un senso di pace profonda. Una terra di mezzo. Un tempo sospeso.

Questa cosa della Sardegna Gepi non me l’ha detta. Ma Aldo, almeno nella mia immaginazione, lui così cartesiano, nitido, logico, e imprevedibile, deve aver fatto in questo modo. Due linee su un atlante, come ho fatto io ora. E da quelle parti arrivare come si arrivava allora, nel 1945. In un paese di macerie e di rancori. In una pace senza fondamenta, in una riconciliazione che in fin dei conti, non sarebbe mai arrivata, neppure oggi.

Si trattava di capire in quale casa fosse finito ad abitare, e se insegnasse. E anche il perché. Un forestiero non passa inosservato in un posto piccolo come Neoneli. Ma se sei come Aldo, non passi inosservato, da nessuna parte. Però la guerra aveva insegnato a tutti che non si fanno domande, che la curiosità non è un vanto. Lui, curioso di tutti, ma attento a proteggersi dalle curiosità altrui.

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