Vinicio Marchioni: «Senza il teatro non esisterei»

Cinema e tv se lo contendono ma lui non riesce a resistere al richiamo del palcoscenico. Lo spettacolo a Cagliari

Cinema e tv se lo contendono ma lui non riesce a resistere al richiamo del teatro. In questo caso poi c’era un secondo motivo per dire sì. La proposta arrivava dalla sua amata Sardegna. E così sabato sera (18 settembre) Vinicio Marchioni è stato a Cagliari, ospite di Marina Cafè Noir. L'attore romano ha fatto un omaggio a Ernest Hemingway in occasione del 60esimo anniversario della sua morte. Letture che sono state accompagnate dalle musiche di Fabrizio Lai e Stefania Secci Rosa.

Marchioni, come nasce l’omaggio a Hemingway?

«Ero stato al Marina Café Noir un paio d’anni fa ed era nata una amicizia con Francesco Scanu. Ci eravamo lasciati con la volontà di ritrovarci. Quest’anno, grazie anche al titolo “Marinai perduti”, Francesco ha elaborato un testo che si intitola “La ricerca come felicità” che è un inno allo stile di Hemingway, all’incontro, alla partenza. Tutta una serie di metafore della vita. Per di più, quest’anno il festival si spostava al Poetto e mi sembrava meraviglioso rendere omaggio a Hemingway in spiaggia».

Quando è avvenuto il suo primo incontro con Hemingway?
«Ormai tantissimo tempo fa. Credo fosse “Addio alle armi” e poi ho letto un po’ tutto. Il mio rapporto con Hemingway è sempre legato a un immaginario legato al viaggio, perché attraverso i suoi scritti sono stato trasportato in varie parti del mondo. Mi spiace non essere stato ancora a Cuba, perché tutta la mitologia legata ai cocktail, al suo stile di vita hanno avuto un forte impatto su di me negli anni della crescita e dell’università».

A proposito di viaggi, lei ha girato la Sardegna in camper.
«Due volte. Io amo profondamente la Sardegna grazie a uno zio che vive a Iglesias. E per due estati con Milena (Mancini, la moglie, ndr) abbiamo girato il sud dell’isola in camper. E quando posso ci torno volentieri. A dicembre sarò a teatro a Cagliari e Sassari con “I soliti ignoti” insieme a Giuseppe Zeno».

“Romanzo criminale” è stato il suo trampolino di lancio, ma è stata anche la fiction che ha segnato un cambio di passo per la serialità italiana. Mentre giravate ne eravate consapevoli?
«Assolutamente no, nessuno si aspettava una cosa del genere. È stato un successo straordinario, dato dalla qualità dell’insieme del prodotto: sceneggiatura, provini, regia, produzione, la comunicazione che ha fatto Sky. È stato il primo esempio di prodotto televisivo pensato in maniera contemporanea sotto tutti i punti di vista. Io sono orgogliosissimo di avere fatto parte di una serie che resterà nella storia».

Oltre 50 film tra cinema e tv, ma per molti rimane il Freddo.
«Mi fa piacere e mi fa meraviglia che a distanza di anni sia entrato nell’immaginario collettivo. Per un attore è gratificante».

Prossimi film?
«Davvero tanti, per fortuna. “Supereroi” di Genovese, “Siccità” di Virzì, “Caravaggio” di Placido, “Ghiaccio” di Moro e De Leonardis».

A Venezia il cinema italiano ha dimostrato di essere in buona salute.
«Come sempre nei momenti di crisi l’Italia tira fuori un’arma in più. Venezia è stata la testimonianza di un cinema prolifico, di altissima qualità e penso andrà avanti così. Avendo la fortuna di girare con grandi registi ho la sensazione di una grande vitalità, anche grazie alla riscoperta dei film cosiddetti di genere».

Richiestissimo da cinema e tv, ma al teatro non rinuncia.
«Non ho mai smesso. Non esisterei se non facessi teatro. Ogni anno cerco di dividermi equamente tra cinema e teatro. Non è semplice, ma ho la fortuna di lavorare ai massimi livelli nei due ambienti. Tanto che quest’anno, oltre “I soliti ignoti” di cui faccio la regia, sarò anche in “Chi ha paura di Virginia Wolf?” di Antonio Latella con Sonia Bergamasco. E anche tra una ventina d’anni mi immagino in una sala prove. Perché io non smetterò mai di fare teatro».

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