Antonio Gramsci e l’attualità di un pensiero vivo

A colloquio con Guido Liguori sul convegno “Gramsci nel mondo” da giovedì a Cagliari

Guido Liguori insegna Storia del pensiero politico contemporaneo all’Università della Calabria ed è presidente della International Gramsci Society Italia. Con lui abbiamo parlato del convegno “Gramsci nel mondo” che da giovedì prossimo si terrà, per quattro giorni, tra Cagliari, Ales e Ghilarza e dell’attualità del pensiero dell’autore dei Quaderni.

Lungo quali linee generali si sviluppano oggi gli studi gramsciani nel mondo.

«L’Italia ha avuto negli ultimi vent’anni una rifioritura di studi gramsciani, dovuta anche all’edizione completa dell’opera che è in corso da qualche anno. Ne è scaturito un Gramsci in parte nuovo, con importanti approfondimenti storiografici e filologici. In altre aree del mondo sono emersi tratti specifici. Ad esempio, in America latina si è manifestata una maggiore sensibilità verso un uso politico del pensiero gramsciano. Nei Paesi anglosassoni, invece, la ricerca si è concentrata soprattutto in ambito accademico, con importati risultati in particolare nei cultural studies, nei post colonial studies e nei subalternal studies. In quest’ambito, però, non tutto Gramsci è stato tradotto in inglese e ciò ha portato a volte a una lettura parziale, ad esiti interpretativi discutibili».

Lai ha scritto, circa vent’anni fa, un libro, “Gramsci conteso”, dove ha passato in rassegna e ha analizzato le differenti e in alcuni casi contrapposte letture dell’opera gramsciana. Un discorso che resta attuale?

«Vent’anni fa come oggi ci sono interpretazioni di Gramsci che ne fanno un intellettuale avulso dal movimento comunista internazionale di cui fu dirigente e dalla sua biografia. E questo non è un bene, non serve a comprendere Gramsci sino in fondo. Fra chi, fuori del nostro Paese, studia il pensiero gramsciano appare difficilmente comprensibile il fatto che da noi prevalga un’impostazione imperniata sulla filologia e sulle nuove acquisizioni storiografiche e si dia scarsa importanza alle implicazioni politiche attuali della sua opera. Gli studi filologici e storici sono molto importanti, ma se ci si ferma lì si corre il rischio di avere un Gramsci dimezzato».

La crisi attuale, ha messo in evidenza il carattere ideologico della dottrina neoliberale, alla quale gran parte della sinistra si è arresa. Per combattere questa resa gli studi gramsciani servono? Sono un punto di resistenza?

«Penso che oggi sia abbastanza diffusa a sinistra la consapevolezza del fallimento delle dottrine neoliberiste di fronte alla gravità e alla profondità della crisi attuale, rispetto alla quale non a caso anche i Paesi guida del mondo capitalista hanno dovuto fare ricorso all’intervento dello Stato. E’ in atto un ripensamento rispetto alla resa di cui la sinistra moderata è stata protagonista soprattutto negli anni Novanta del secolo scorso. La difficoltà oggi è quella di definire se non altro la possibilità di una società di tipo diverso. Qui c’è una difficoltà reale che colpisce un po’ tutte le componenti della sinistra. In questo passaggio storico il pensiero di Gramsci è importante soprattutto perché mette a nudo alcuni meccanismi del potere. Più ancora che sul versante economico, il suo contributo è cruciale nella definizione dei meccanismi del potere e del rapporto tra potere e consenso, del rapporto tra potere e democrazia. Le categorie di egemonia e di rivoluzione passiva, l’analisi del cesarismo servono a spiegare le dinamiche del potere anche nel mondo contemporaneo. Gramsci non è soltanto un classico, è un pensatore politico le cui analisi restano feconde sia in termini di teoria sia in termini di concreta azione politica».

Il processo di globalizzazione cominciato negli anni Ottanta è il risultato necessario della transizione dal modello fordista di riproduzione del capitale al modello finanziario? Oppure è il concretizzarsi di nuovi rapporti di potere e di nuove forme di egemonia che è possibile spiegare soltanto in una logica di scontro di classe?

«Gramsci era ben consapevole della dimensione globalizzata del mondo contemporaneo, già evidente quando lui scriveva. Coglieva i forti elementi di crisi del quadro storico in cui operava e pensava: da un lato la contraddizione tra un’economia di dimensioni planetarie e le risposte degli Stati, le chiusure nazionalistiche; dall’altro lato la contraddizione tra sviluppo di nuove forze produttive e vecchi rapporti di produzione, all’interno di un processo che i partiti comunisti dovevano orientare verso esiti rivoluzionari. Quindi nessun automatismo economicistico. Al contrario, uno sviluppo storico da governare».

Nella nota 48 del Quaderno 3 Gramsci scrive: “Disprezzare i movimenti così detti spontanei, cioè rinunziare a dar loro una direzione consapevole, ad elevarli ad un piano superiore inserendoli nella politica, può avere spesso conseguenze molto serie e gravi”. E’ un’indicazione che può valere oggi per ciò che resta della sinistra in Europa in rapporto ai movimenti populisti?

«Credo proprio di sì. Il gruppo dell’Ordine Nuovo ebbe una grande capacità di rapportarsi al movimento operaio e di guidarlo. I movimenti di massa – vuol dire Gramsci in quella nota – sono fondamentali in un’ottica socialista. L’avanguardia non deve essere staccata dai movimenti. Oggi rispetto a ciò che si agita nell’universo populista la sinistra dovrebbe trovare il mondo di rapportarsi con esso in maniera proficua. Non ci di può limitare, per usare la stessa parola utilizzata da Gramsci nella nota che lei ricorda, al disprezzo. I populismi andrebbero compresi nelle loro cause storico-sociali e “inseriti nella politica”. I due poli, partiti e movimenti, sono destinati ad essere diversi, ma in un rapporto che Gramsci definirebbe organico e non episodico, occasionale, strumentale. Se i partiti di sinistra sapessero cogliere le esigenze che stanno alla base delle spinte populiste e dare a esse una risposta, farebbero del bene a se stessi e soprattutto a quei movimenti, che chiedono più partecipazione più democrazia, più reddito ma spesso lo fanno in modo distorto e, alla fine, perdente».

Al mito della destra, che è la libertà, è sufficiente che la sinistra continui a contrapporre soltanto il valore fondante dell’uguaglianza?

«Credo che si tratti di capire quale libertà. La sinistra deve avere cari i valori della libertà e dell’individuo. Ma parliano di un individuo diverso da quello immaginato dalle dottrine liberali. E’, secondo le indicazioni marxiane, un individuo che cerca l’interazione con gli altri e cresce e si realizza soltanto se crescono e si realizzano tutti gli altri. Ci si realizza individualmente in quanto progredisce la società intera. In questo senso la libertà è importantissima, così come la democrazia. E’ una lezione, questa, che la sinistra ha appreso, e non da oggi. Ricordiamoci che il prossimo anno sarà il centenario della nascita di Enrico Berlinguer, il leader del Pci che con tenacia e determinazione ha cercato di coniugare la democrazia con una prospettiva di mutamento profondo dell’ordine economico e sociale».

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