I mondi di Grazia Deledda: tradizione, natura e questione femminile

La complessità di una scrittura che è attraversata da diversi piani di interesse Il sofferto rapporto con Nuoro e l’impegno per l’emancipazione delle donne

Guardando a Grazia Deledda, per festeggiarne i 150 anni dalla nascita, si sta svolgendo a Cagliari il primo dei convegni deleddiani previsti quest’anno dall’Isre. Il programma è incentrato sul mestiere di scrivere e dunque anche su tutto ciò che precede, sostanzia e segue la produzione letteraria della nostra scrittrice. Si dà inoltre uno sguardo alle trasposizioni cinematografiche, televisive e teatrali di alcune delle sua opere e si chiuderà con una sessione in cui vari scrittori diranno la loro su di lei.

In questo quadro, la mia relazione ha riguardato i confini labili dei “mondi” deleddiani. Mondi metaforici, mondi da lei creati nella scrittura, ma anche mondi reali in cui ha vissuto e che ha attraversato. Questi mondi al plurale sono ovviamente intanto quelli geografici e culturali separati dal mare: quello sardo-barbaricino da una parte, quello continentale-romano dall’altra. A Roma, dopo il suo matrimonio con Palmiro Madesani nel 1900, Grazia Deledda si trasferì e visse fino alla morte, senza neanche più tornare in Sardegna dopo che, morta la madre, la sua casa natale fu venduta.

Quando si sentiva soffocare nell’ambiente gretto e provinciale in cui viveva, la giovane Deledda guardava a Roma, la “Gerusalemme dell’arte”, come un luogo in cui fuggire per coltivare e soddisfare al meglio le sue ambizioni letterarie. Ma, guardata con sospetto e malevolenza dai suoi compaesani, varcava già i confini del suo piccolo mondo scrivendo a direttori di riviste e facendosi mille amici di penna di cui diventava collaboratrice e confidente. Una volta a Roma, però, Grazia Deledda restava piuttosto delusa da un ambiente intellettuale che, certo, iniziò a frequentare, ma che – seppure con qualche eccezione – era fatto di persone mediocri, invidiose e pettegole, almeno a dar retta ai giudizi che ne danno in vari romanzi alcuni personaggi femminili, alter-ego della scrittrice. E penso in particolare alla protagonista di Nostalgie, romanzo del 1905 la cui protagonista viene dai dintorni di Cicognara (il paese padano di Palmiro Madesani) e ci vuole tornare, disgustata e delusa da un ambiente romano che non è quello che lei, ragazza di provincia, sognava prima di conoscerlo.

Inutile dire che la nostalgia, con una semplice trasposizione, riguarda in realtà la Sardegna lasciata dall’autrice, la cui testa torna e tornerà sino alla fine nel luogo d’origine, che descriverà mirabilmente nell’autobiografico e postumo Cosima. Ma l’autobiografismo è ampiamente disseminato nell’opera di Grazia Deledda che, calandosi in mille personaggi femminili, in realtà parla sempre di sé superando i confini tra realtà e finzione. E lo si capisce meglio se si legge la sua opera senza trascurare i romanzi romani o quelli in cui la protagonista parte dalla Sardegna per andare a vivere in una Roma in cui restare, come la Gavina Sulis di Sino al confine, o da cui poi tornare a vivere nell’isola, come la Lia del romanzo Nel deserto.

Molti altri sono però i confini da prendere in considerazione per parlare dei “mondi” deleddiani: quello tra oralità e scrittura e tra racconti orali e popolari e narrazioni scritte che di essi spesso si nutrono; quello tra arte fatta di parole e arti visive, in una scrittrice attentissima a dipingere con le parole colori e paesaggi, piante e animali, e attenta a scegliere con cura gli illustratori delle sue opere (tra cui Giuseppe Biasi e Antonio Ballero) da suggerire ai propri editori; quello tra esseri umani e animali, con animali provvisti di una sensibilità che li umanizza e che può essere superiore all’indifferenza che tra gli umani spesso si trova; quello tra classi sociali (padroni e servi, ricchi e poveri) che la passione amorosa può spingere a superare; quello morale tra bene e male, che può modificarsi a seconda delle culture e degli ambienti che si attraversano; quello tra generi letterari e non, tra romanzi e novelle da una parte e genere epistolare dall’altra, e dunque ancora una volta tra finzione e realtà, che si alimentano a vicenda, se scopriamo che molte delle lettere in cui Deledda scrive di sé a vari destinatari sono più che altro un esercizio di scrittura ricco di stilemi che costruiscono vicende e amori epistolari già romanzeschi. Emblematiche in tal senso sono le lettere quasi d’amore al suo mentore Angelo De Gubernatis, scoperte solo nel 2007 perché secretate dallo stesso De Gubernatis.

E cito per ultimo, benché non sia certo ultimo per rilevanza, il confine di genere che relegava le donne in una posizione ancora priva di molti diritti, da quello di voto a quello di divorzio a quello dell’esercizio di molte professioni. Nel 1902 si discuteva una proposta che prevedesse il divorzio almeno in certe condizioni (per esempio di condanna e reclusione del coniuge) e la divorzista Deledda scrisse il romanzo Dopo il divorzio, ambientandolo nel 1904 in un mondo di finzione in cui la legge era già vigente (cosa che nella realtà non avvenne). Nel romanzo Nostalgie, del 1905, c’è una donna che fa la giornalista, cui un personaggio (che è un senatore) suggerisce un femminismo “bene inteso”, consistente nell’ «insegnare alle donne a lavorare. Abituarle all’idea del lavoro, del guadagno, dell’indipendenza». Grazia Deledda non si considerava femminista forse perché era già “oltre” ma, intervistata nel 1911 nel corso di un’inchiesta sul femminismo, ribadirà: «Trovo giusto e bene che la donna pensi, studi e lavori». Come ha fatto lei testimoniandone la possibilità nell’intera sua esistenza e tessendo quel «filo di Grazia» che imbastisce ancora oggi un modello culturale cui anche come donne possiamo continuare a guardare.

Ma si dovrebbe guardare anche, come la critica invece non ha quasi mai fatto, alla profonda unitarietà della narrativa di Grazia Deledda, fatta di romanzi e novelle di ambientazione “sarda”, “romana” o più latamente “continentale”, da considerarsi come tessere di un’unica storia: quella della loro autrice, capace di rappresentare la profonda solitudine di una universale condizione umana e, in particolare, femminile.


 

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