Grazia, per sempre giovane e libera

Il femminismo, il coraggio, la forza di Deledda: un esempio nella vita e nella letteratura

«Grazia Deledda è un pezzo di Sardegna fuori dal tempo e dalla cultura italiana, una Sardegna nuragica che ha un suo senso del tempo e dello spazio nel quale è difficile penetrare». Così scriveva Dessì, quasi a voler contenere entro dei limiti i termini della sua grandezza. Per me, invece, la coincidenza è totale e prescinde la proiezione temporale: Grazia Deledda è la Sardegna. Le lettere del suo stesso nome contengono la matrice di un modo di essere e di sentire che per millenni ha definito l’anima dei sardi. Nessuno ha saputo raccontare l’amata “isola rocciosa” come ha fatto lei, perché nessuno ha saputo penetrarla e capirla con altrettanta lucidità e accettazione. È stato il suo progetto di vita quello di voler creare una letteratura sarda che illuminasse le ombre e mostrasse la vita di «un popolo così diverso dagli altri, così vilipeso e dimenticato». È stata incredibilmente fedele al suo obiettivo. Quando è andata a Stoccolma a ritirare il premio più illustre non è partita da sola, ma ha portato con sé la Sardegna intera.

È il nodo centrale del debito di gratitudine che le dobbiamo riconoscere, ossia aver trasformato l’isola da periferia d’Italia e centro del mondo. L’universalità della sua scrittura e delle mille sfumature di umanità con cui ha dipinto le sue storie, al di là delle ambientazioni e del valore antropologico, è il segreto della sua grandezza, la vera lezione deleddiana per ogni autore sardo che intenda raccontare la sua terra scevro da stucchevoli cartoline folcloristiche.

Il paradigma letterario deleddiano è un archetipo imprescindibile e inevitabile, un ideale col quale, primo o poi, si deve scendere a patti, ma è anche un cliché ingombrante che a un certo punto occorre superare, se si intende dare forma a una narrazione originale. Solo così si può portare il giusto riconoscimento alla sua eredità. Un’eredità che comunque implica una considerevole responsabilità. Impara dalla migliore e poi dimentica tutto: è il principio a cui mi sono attenuta ancor prima di decidere di scrivere tre romanzi dedicati alla Sardegna.

Grazia Deledda è un esempio di vita che ha segnato tutto il mio percorso letterario. Audace e anticonformista, sul finire dell’Ottocento era una giovane aspirante scrittrice che nutriva ideali di libertà e autodeterminazione troppo grandi per l’angolo di mondo in cui era nata; era una donna del futuro, assetata di conoscenza e contatti umani, una rivoluzionaria di feroce onestà che sognava “amore e gloria”. A vent’anni diceva di sé: «Non temo nulla, né i vivi né i morti, né critica né pregiudizio». Con inalterata meraviglia, ogni volta che ci penso non posso che ammirare cotanta dimostrazione di forza: alla sua età avrei voluto possederne almeno un decimo. Si rammaricava di non essere nata uomo e di non poter ricoprire funzioni che la società negava alle donne. Ci vuole una forza fuori dal comune per riuscire a scardinare un mondo, quello editoriale, a completo appannaggio maschile, andando contro tutto e tutti, e infine vivere con successo della propria arte, senza rinunciare al ruolo di moglie e madre.

Non esistono limiti alla propria riuscita personale, ciò che conta davvero è solo la volontà di farcela. Mi nasce spontaneo paragonare Grazia Deledda alla figura leggendaria di Telesilla, la grande poetessa greca che armò un esercito di donne e difese la città di Argo dagli spartani; i nemici si ritirarono consapevoli che affrontare delle donne non avrebbe portato onore, e che esserne battuti avrebbe di certo gettato sul loro nome una insopportabile vergogna. L’eco del suo coraggio è sopravvissuto ai suoi scritti, la statua che la raffigurava con l’elmo in mano e i libri ai piedi è un’effige ricordata da scrittori come Plutarco. Così è Grazia Deledda: una donna che si ribella a un destino segnato da altri per lei armata dei suoi libri e della sua penna.

In una recente intervista Dacia Maraini definisce la Deledda un grande classico e che dovrebbe essere trattata meglio da critici, intellettuali e testi scolastici. Continua poi dicendo che la scrittrice subisce una sottovalutazione perché è donna: scatta un meccanismo di discriminazione attraverso la cancellazione della memoria perché i critici non riescono a dare alle donne un valore universale che sia modello per le generazioni a venire. Prima di pubblicare il mio primo romanzo, nel 2013, non potevo immaginare quanto le sue parole corrispondessero a verità.

Ho intrapreso la mia strada fiduciosa, poco conoscevo del mondo della cultura e dei suoi frequentatori, per me la grandezza letteraria di Grazia Deledda era, ed è, un punto fermo incontrovertibile. Mi ha perciò stupito scoprire che ancora oggi persiste un pensiero diffuso che tende a svilirla, un discredito che serpeggia sia dentro che fuori l’ambito sardo, sostenuto anche da chi non può permetterselo: Deledda sgrammaticata, autodidatta, limitata, non strutturata, arcaica, sempliciotta, che ha goduto di un successo e di un Nobel immeritati. Giusto per fare un paio di esempi: ho assistito ad aperto sarcasmo sul suo talento durante un convegno tenutosi a Senorbì da scrittori e letterati noti, e non andò meglio il mio collegamento via Skype con Vilnius, quando una italianista dell’università locale interruppe il mio elogio al premio Nobel, orgoglio della mia terra, per asserire che all’epoca l’assegnazione sarebbe dovuta andare a Pirandello.

È realtà incontestabile il fatto che oggi come ieri le donne artiste di carattere e di successo fanno paura, soprattutto perché hanno libertà di espressione. Potremmo pensare che nel 2021 il pregiudizio sia ormai superato, ma non è così; perdura subdolo, allorché non espresso pubblicamente, e colpisce a tutti i livelli. Non occorre arrivare al Nobel per essere definite “femmine di potere”: è capitato anche a me per il semplice motivo che ho libertà di parola su un quotidiano come La Nuova. Ma anche io, per fortuna, non temo nulla, né critica né pregiudizi.

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