Nel rito le tracce del senso smarrito

In concorso al Festival dei popoli di Firenze il docufilm “Rondò final” sul culto di Sant’Efisio

«Un attimo di sospensione nell’aria, come la pausa di sospensione di un’orchestra. Un attimo prima del rondò final». In un film fatto quasi esclusivamente di immagini che ruotano attorno alla figura di Sant’Efisio trovano spazio anche le parole di Sergio Atzeni, con il suo sguardo ironico e tagliente sull’antico rito, presenti in un racconto contenuto nella raccolta “I sogni della città bianca”. Lo stesso titolo, “Rondò final”, è quello scelto per il loro particolare lavoro da Gaetano Crivaro, Margherita Pisano e Felice D’Agostino che firmano la regia del film selezionato per il concorso internazionale nella 62esima edizione del Festival dei Popoli in programma a Firenze da oggi al 28 novembre. Una prestigiosa vetrina come prima italiana, dopo quella internazionale in Svizzera a Visions du Réel, per questo documentario nato all’interno del laboratorio di ricerca L’Ambulante che sperimenta l’interazione fra arti visive, territori, città e abitanti attraverso iniziative culturali e di ricerca urbana.

Documentario nell’accezione contemporanea del termine, dove si fanno rientrare anche opere come “Rondò final” realizzate soprattutto con materiale d’archivio (in questo caso mescolato a immagini girate dagli stessi autori) che viene utilizzato in modo creativo e non per la costruzione di un saggio informativo. «Può sembrare un film su Sant’Efisio, ma in realtà è un film che si interroga sui riti, sulla loro scomparsa, sul cinema, sullo sguardo e la partecipazione», sottolinea Gaetano Crivaro, calabrese residente a Cagliari ormai da diversi anni. Qui con Margherita Pisano ha dato via al progetto che ha portato poi alla realizzazione del film. «I primi passi – racconta ancora Crivaro – sono stati mossi nel 2014, con delle riprese della processione che passava davanti alla raffineria di Sarroch. Ci incuriosiva molto questa immagine. Più avanti abbiamo iniziato a fare delle ricerche d’archivio alla Cineteca Sarda collezionando materiale a partire dagli anni Venti». Un processo di accumulazione di immagini realizzate da cineamatori, con filmati spesso privi di suono, reinterpretate per dare forma a una composizione guidata da un sonoro creato con nuove registrazioni che danno il senso di qualcosa di fintamente diegetico. Materiale d’archivio che diventa materia viva, plasmata in un lungo lavoro di montaggio collaborativo da quella che nei credits viene definita un’assemblea di montaggio. A comporla, oltre i tre registi, anche Arturo Lavorato, Luca Carboni, Alberto Diana, Vittoria Soddu e Margherita Riva.

«Abbiamo iniziato io e Margherita Pisano – spiega Gaetano Crivaro – poi il lavoro è continuato in un laboratorio sui filmati d’archivio con Felice D’Agostino e Arturo Lavorato e ancora con un montaggio a staffetta all’interno di un’assemblea composta da otto montatori, prima di arrivare alla struttura finale con la regia a tre».

Una sperimentazione collettiva molto interessante, con lo sguardo di diversi autori-montatori che si collega, si intreccia, si mescola. In un gioco di accostamento con partiture aperte poi amalgamate in una composizione che lascia un ruolo attivo allo spettatore e che, come spiegano le note di intenti, vuole essere «una riflessione, poetica, sullo sguardo attraverso un rito nel quale si inscrivono non di rado gerarchie e rapporti di forza per mezzo di messinscene estetiche. Un viaggio ipnotico che interroga la produzione stessa dell’immagine e lo spazio che essa occupa nel vivente, che assume la forma del rito che torna, ripetendo e rifondando ogni volta il tempo. Un rondò che lontano dall’affermare la circolarità della storia, si dipana a spirale, liberandosi ad ogni giro in molteplici derive, nell’esplosione degli sguardi che dalle immagini vanno e vengono».

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