Le notti smeraldine di Bisteccone

"Bisteccone" Galeazzi con Tino Demuro in una foto degli anni '90

Giampiero Galeazzi e il forte legame con l’isola nel ricordo dell’amico gallurese Tino Demuro

«La sua telecronaca indimenticabile? Il faccia a faccia su Lazio e Roma con Francesco Totti al ristorante La Mola. L’arbitro? Simona Ventura». Tino Demuro e Giampiero Galeazzi, l’amico che non c’è più. Il cronista è scomparso il 12 novembre. Con i tributi del mondo dello spettacolo, dello sport, del giornalismo. «Era genuino e diretto, avvicinava il pubblico. A’ Tino – mi ripeteva – voglio essere me stesso in un mondo sempre più complicato». Con il commentatore e conduttore romano, classe 1946, canottiere con tanto di titoli assoluti, l’imprenditore gallurese patron di Vigne Surrau ha condiviso dagli anni ‘90 viaggi, rassegne, iniziative. Dalle vacanze sulla neve ai tour negli agriturismo delle campagne di Luras e San Pantaleo. Tino Demuro racconta. Galeazzi si era conquistato il pass ideale dal territorio e dai residenti. «Mi sfotteva: “Merito il passaporto sardo, quando me lo dai?”. Scherzava, metteva assieme lavoro e qualità delle persone. Ho, e abbiamo, perso un caro amico».

Bisteccone. Le ha mai spiegato l’origine?

«Sì. Glielo diede Gilberto Evangelisti, capo dello sport Rai, che lo accolse nella redazione di via del Babuino. Gian Piero non lo rinnegava. Ma sottolineava che se gli era rimasto appiccato era perché si faceva voler bene».

Eppure ha rischiato di perdere “Novantesimo minuto”.

«Vero. Dovette scegliere tra sport e intrattenimento. Ci rimase male. Mara Venier l’aveva chiamato al pomeriggio domenicale su Rai Uno, gli ascolti erano alti. “Mi trovo bene, non possono costringermi a lasciare”, mi diceva. Pensava anche al futuro dei figli. Poi, in redazione scelsero una via di mezzo. E con Mara ha rifatto la pace».

Qual è il flash?

«Voce roca, gag fulminanti, pochi preamboli e mai morbido con le star. Giampiero ha creato un modo di fare tv. Rispettava la professione e voleva essere rispettato. Sapeva ridere di se stesso, senza spocchia né egoismi. Gli piacevano le sfide, qui in Gallura è stato amico di tanti».

Come vi siete conosciuti?

«Ci presentò Costanzo Spineo sul finire degli anni Ottanta. Ci siamo frequentati a Cannigione con le famiglie. Da assessore regionale all’Agricoltura gli parlai dei produttori di pecorino romano che, per i Mondiali del ’94, sarebbero stati alla Fancy food negli Stati Uniti, la più grande fiera di enogastronomia al mondo. Giampiero non mi disse nulla ma fece un miracolo: alla convention sui formaggi sardi arrivarono alla sala del Marriott duecento giornalisti. Che lo applaudirono anche per la sua improvvisata partecipazione al concerto dei Cordas et Cannas».

Qual è stato il bilancio?

«Straordinario sotto tutti i punti di vista. Ricordo che anche Bruno Pizzul ed Ezio Luzzi ci furono vicini. “A’Tino me devi sempre una cena!”, mi diceva Giampiero».

A proposito di cibo, quali erano le sue preferenze?

«Sbaglia chi lo immagina caciarone tutto quantità e meno qualità. Era un gourmet, impazziva per gli gnocchetti al ragù di cinghiale di mia moglie Enrica e per il porchetto arrosto che ci cucinava un amico allevatore di Pattada».

Aveva dei luoghi preferiti?

«La Costa, lo chiamavano ovunque. Di Luca, chef a La Mola, adorava le bavette ai frutti di mare. Mentre Filippo, all’Approdo di Baja Sardinia, era il maestro delle grigliate. E all’agriturismo Lu branu, vicino a Palau, facevamo tappa per gustarci il capretto».

Mangiate ed eventi. Qual è stato quello più curioso?

«Al Cervo Tennis e ad Arzachena-Corra Cilvuna si teneva il torneo per i vip. Per il calcio c’erano i patron Preziosi e Garrone, e big come Ancelotti, Mancini, Costacurta e Del Piero: era franco con tutti. Anche con le star, da Franco Nero a Michele Placido, Diego Abbatantuono e Monica Bellucci, e i colleghi della tv Paolo Bonolis, Andrea Barbato, era gioviale e sincero».

C’è un aneddoto top?

«Sì. Giocò e perse in tre set con Carmen Lasorella. In palio c’era una Cinquecento Fiat. Costanzo gli disse che per la stazza non ci sarebbe potuto entrare. Un po’ se la prese».

Pagava dazio per il suo essere noto tifoso della Lazio?

«Era sempre molto pacato. Commentava senza partigianerie né faziosità: “Tino, se sbajo me‘a fanno pagà salata!”»

Di cosa andava orgoglioso?

«Delle interviste a Gianni Agnelli e a Diego Maradona. Rievocava l’aver chiesto all’avvocato se in Italia ci fossero più democristiani o juventini. Ed era fiero di essere stato a Reykjaik per la Rai al summit Gorbacev-Reagan. Era lì per la gara di Coppa Campioni tra Valur e Juventus. “Per fare i giornalisti serve memoria, curiosità e schiena dritta”, diceva. Mentre non ostentava la laurea in economia e, da studente universitario, il breve impiego al marketing Fiat a Torino».

Quando l’ha visto l’ultima volta?

«Nel 2018, a Fiumicino. Mi ha urlato “Tino, Tino!”, si è voltato mezzo aeroporto. Era sulla carrozzina. Abbiamo preso un caffè e mi ha regalato uno dei suoi ultimi libri, “L’inviato non nasce per caso”. Durante la pandemia ci siamo sentiti al telefono. Era molto provato».

Come lo vuole ricordare?

«Dopo cena, in albergo, a Plan de corones, che canta “Giardini di marzo” di Lucio Battisti e “Se telefonando” di Mina con i Gatti di vicolo miracoli».



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