Catena Fiorello: «Non dirsi le cose rovina le famiglie, meglio un litigio»

Catena Fiorello

La scrittrice a BookIn Cagliari con il libro “Amuri” «Con miei fratelli ci scontriamo e facciamo pace»

Catena Fiorello non è mai stata ad Alicudi, ma ne ha letto e sentito parlare talmente tanto che è come se la conoscesse da sempre. E proprio nell’isola delle Eolie ha ambientato il suo ultimo romanzo, “Amuri”, edito da Giunti, che presenterà a Cagliari all’interno di “BookIn Cagliari”, la rassegna dedicata ai libri e al viaggio, che, sotto la direzione artistica di Isa Grassano, da oggi a domenica porterà nell’isola anche altri autori come Gabriella Genisi, Serena Grandi, Lory Del Santo. L’appuntamento con la scrittrice siciliana è domani alle 18.30 a Villa Fanny.

La storia di “Amuri” parte da una vacanza ad Alicudi, ma è anche il viaggio della protagonista, Isabella, che vuole ritrovare se stessa.

«Ferzan Ozpetek dice sempre che lui fa un film per se stesso e uno per gli altri. Io faccio un libro che racconta fatti che si svolgono all’esterno, ricco di azioni, come in “Cinque donne e un arancino”. Ma poi ho bisogno di ritrovare certe atmosfere più intimistiche, come se pensassi ad alta voce. Così è nato “Amuri”».

Il filo conduttore del romanzo è il non detto. Che differenza c’è tra menzogna e verità nascoste?

«La menzogna è un tentativo di abbellire, magari omettendo alcune cose e rivelandone delle altre. Con la menzogna comunque metti la persona nella condizione di sapere qualcosa. I non detti sono più tossici, sono terribili. Spesso nelle famiglie non si dicono le cose e quello è il miglior modo per distruggerle. Se si lascia passare troppo tempo le cose accumulate diventano un ostacolo insormontabile. Ecco perché bisogna sempre parlare quando iniziano a manifestarsi i primi fastidi. Cito la mia cara amica Vera Slepoj, psicanalista, che sostiene sempre che le litigate tra padri e figli, mariti e mogli, fratelli siano salutari. Quel sano sbottare alla fine deve venire fuori».

In casa Fiorello si parlava?

«In questo momento sto rivivendo una scena di quando ero piccola. Mio padre era uno che inconsapevolmente faceva in modo che non ci fossero dei non detti. Era un suo modus vivendi, cercava sempre di tirare fuori qualcosa dai figli. Se qualcuno di noi non parlava, lui subito: “Cati, com’è andata a scuola? Perché oggi non parli?”. Bastavano quelle paroline magiche e uscivamo dal silenzio».

Tra fratelli vi scontrate?

«Come in qualsiasi famiglia. Litighiamo, ci mandiamo a quel paese, ci riconciliamo. Ci scontriamo anche per cazzate. I miei fratelli contestano che sono troppo aperta, che do subito confidenza, che non faccio selezione. Io voglio essere così e mi prendo anche le fregature. Ma in una famiglia sana gli scontri ci devono essere. L’importante è dirsi subito le cose, non tenersele dentro né dirle per interposta persona, altrimenti le sciocchezze diventano mostruosità».

Chiamarsi Fiorello è ingombrante?

«Mi è toccato chiamarmi Fiorello (ride). Ci sono quelli che mi chiedono: e i tuoi fratelli come sono? E io gli dico: come i vostri, non è che se si chiamano Fiorello sono diversi dagli altri. Poi ci sono quelli che qualsiasi cosa scriva sui social commentano: parla lei che ha i fratelli ricchi e famosi. Ma io mi chiamo Catena e rispondo per me. Non mi chiamo Catena Rosario Giuseppe Fiorello».

Tornando ad “Amuri”, accanto alla storia di Isabella c’è l’isola di Alicudi.

«Ci sono molti autori che preferiscono raccontare un luogo senza identificarlo. Invece, nei miei romanzi il paesaggio è il secondo protagonista. “In “Un padre è un padre” era Catania, in “Tutte le volte che ho pianto” era Messina. In questo libro è Alicudi, che per me è l’isola per eccellenza. Per raggiungerla devi fare un viaggio lunghissimo, d’inverno ci vivono massimo 50 abitanti. Ci sono solo un negozio di alimentari e un medico per le emergenze».

È vero che non c’è mai stata?

«Verissimo, ma ne ho letto tanto e me la sono fatta raccontare nei particolari».

A un certo punto scrive: ci sono momenti in cui non ci importa più niente del giudizio degli altri.

«Ho ripreso quella frase da un mio vecchio romanzo, “Casca il mondo, casca la terra”, dove la protagonista trascorre tutta la vita stando attenta al giudizio degli altri, salvo poi prendersi il lusso di ritornare se stessa. Da qualche anno è capitato anche a me: del giudizio degli altri non me ne frega niente».

Il suo romanzo d’esordio, “Picciridda”, è diventato un film. E “Amuri”?

«Non sono una che promuove i libri in quel senso. Per “Picciridda” mi aveva cercato il regista Paolo Licata. Per “Amuri” vedremo: io non chiamo nessuno, ma se mi cercano perché no?».

Come mai ha chiuso il suo profilo privato di Facebook?

«Io adoro ridere, scherzare, essere me stessa anche sui social. All’inizio avevo pochi amici. Poi ho accettato altre richieste di amicizia, e subito sono arrivati commenti sgradevoli, inopportuni. Non mi sono divertita più. A quel punto ho preferito togliermi».

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