Il film. Una faida infinita: l’orrore corre sui monti di Aggius

Intervista con Marco Bullitta, nel cast del film “Il muto di Gallura” al Torino Film Festival

TORINO. L’unico lungometraggio italiano in concorso al Torino Film Festival parla sardo. O meglio gallurese. E non di oggi, ma quello antico, dell’Ottocento. Scelta linguistica per maggiore coerenza alla storia, raccontata da Enrico Costa nel suo romanzo più conosciuto, di Bastiano Tansu. Killer, senza parola, protagonista di una sanguinosa faida che a metà del secolo sconvolse il territorio di Aggius arrivando a contare in pochi anni circa settanta vittime. “Il muto di Gallura” ora è un film e comincia il suo viaggio sullo schermo (domani la prima) da Torino, la città del suo regista: Matteo Fresi.

Piemontese sì, ma con origini proprio galluresi come tradisce il cognome. A produrre quella che è la sua opera prima Fandango con Rai Cinema e il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission. Veste i panni del muto l’abruzzese Andrea Arcangeli (noto per la serie “Romulus” e il film Netflix “Il divin codino” in cui è Roberto Baggio), affiancato da un cast di attori sardi tra cui spicca per il ruolo di co-protagonista il sassarese Marco Bullitta. È lui a interpretare Pietro Vasa, motore della faida tra la sua famiglia e quella dei Mamia. «Per orgoglio – sottolinea l’attore – sceglie la vendetta e diventa così la causa scatenante di un bagno di sangue».

Bullitta, sensazioni alla vigilia della prima al Torino Film Festival? «C’è la consapevolezza di aver fatto un buon lavoro e la presenza, in concorso, in un festival così importante è sicuramente una gran bella soddisfazione per tutti noi coinvolti nella realizzazione del film». Dal punto di vista personale rappresenta una tappa importante nel suo percorso d’attore. «Sì, è il mio primo grande ruolo in un lungometraggio».

Quando ha iniziato a recitare? «Non prestissimo, già superati i vent’anni, ma ho sempre avuto la passione per il cinema. Ho iniziato grazie all’amico Gianni Cesaraccio, anche lui di Sassari, che al tempo studiava al Dams di Bologna ed era tornato in Sardegna per girare un cortometraggio. Mi ha coinvolto e ho sentito che la recitazione era la mia vocazione, se posso chiamarla così. Sono quindi andato pure io a Bologna e lì ho frequentato la scuola di teatro Colli, un biennio di formazione basato sul metodo Stanislavskij. Dopo il diploma ho collaborato per un po’ con il Teatro Stabile dell’Emilia Romagna fino a quando non ho deciso di trasferirmi a Roma dove vivo ormai da diversi anni».

Il provino per “Il muto di Gallura” com’è arrivato? «Stavo lavorando sul set del nuovo corto dello stesso Gianni Cesaraccio, si intitola “Chemio” ed è ora nella fase finale della post produzione, quando ho saputo che stavano iniziando i casting per un film prodotto da Fandango. Per provarci ho mandato un video e sono piaciuto. Il regista mi ha voluto vedere, ho fatto il provino di persona ed è andata bene».

Del set cos’è la prima cosa che le viene in mente a distanza di un anno? «Oltre alla bellezza dei luoghi, la prima scena che ho girato. Un battesimo di fuoco perché era una sequenza difficile: l’omicidio della madre di Pietro Vasa, il mio personaggio».

Il romanzo di Enrico Costa, sul quale si basa il film, lo conosceva già? «Sapevo dell’esistenza di una mitologia intorno alla figura del muto di Gallura. Non avevo letto il romanzo di Costa, ma l’ho recuperato subito e indagato anche oltre perché ci sono diverse versioni dei fatti. Inoltre mi sono lanciato in una ricerca storica per conoscere meglio la Sardegna del tempo, con le sue regole, ed entrare così meglio in questo personaggio».

Da sassarese come si è trovato a recitare in gallurese e per giunta non quello attuale, ma ottocentesco? «Subito ho divorato il copione, provando a dare con il mio accento sassarese un suono alle parole che piano piano riuscivo a decriptare da questa traduzione. Poi, con mia grande sorpresa, il consulente linguistico del film ingaggiato per seguirci nelle pronunce mi ha detto che l’accento di Sassari applicato a quel gallurese antico aveva un senso. Perché ci sono nel posto diversi tipi di gallurese, di Aggius e Tempio, e il mio accento si prestava bene al primo».

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