“Procedura”, la verità impossibile
Il Maestrale ripubblica il giallo dello scrittore sassarese con una prefazione di Cadoni
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Pubblichiamo un estratto dalla prefazione di Alessandro Cadoni alla riedizione, da parte de Il Maestrale, del romanzo di Salvatore Mannuzzu “Procedura” (281 pagine, 12,00 euro).
* * *“Procedura” è effettivamente un giallo? Su questo punto battono i testimoni della più immediata e interessante ricezione critica. Oreste Del Buono, in un articolo capace di innescare un dibattito, leggendo questo romanzo a fianco a un altro uscito negli stessi giorni per Editori Riuniti, “L’oro di Fraus” di Giulio Angioni, si chiede, sin dal titolo, se sia nato un giallo sardo; un paio di settimane dopo, dalle colonne del Giornale, gli fa eco Geno Pampaloni. A questo punto, anche Mannuzzu decide di intervenire, reclamando la sua parte sulle pagine della Nuova Sardegna, accanto a un’intervista allo stesso Del Buono: e lo fa, come di consueto, rimescolando le carte, pacatamente dissimulando.
Cosa certa è che al centro di Procedura c’è una “detection”: condicio sine qua non, ma non esclusiva, del genere. Tutto parte da un omicidio nella piccola città di provincia, il cui nome è nella sola iniziale, T.: solo la prima, forse la più vistosa, d’una serie di ellissi; la vittima è Valerio Garau, consigliere stimato nel locale tribunale, conosciutissimo in città, generalmente benvoluto, morto «per maleficio: un grano bastante di cianuro».
COINCIDENZE
Il fatto avviene il 17 marzo del 1978, ventiquattr’ore dopo il rapimento Moro. Coincidenze cronologiche – ora diremmo storiografiche – a parte, ogni successivo dettaglio è affidato alla memoria del protagonista e narratore in prima persona, che compone una sorta di diario in cui i fatti sono rigorosamente datati, ma con un diffuso senso di vaghezza, forse per via d’una certa inaffidabilità, mnemonica o professionale, mai celata: «Non sono stato un buon giudice: o, almeno, non un giudice diligente, operoso, affidabile; ho ceduto continuamente a distrazioni». Eppure è a lui che spetta l’ufficio ingrato di indagare sull’omicidio: proprio a lui, giudice forestiero, destinato per una qualche non specificata penitenza al tribunale di questa innominata Sassari, evanescente e però inequivocabile, città che sente «non proprio inospitale, forse, ma chiusa». Attraverso le sfumature del suo tono passano le inclinazioni dell’autore: l’affidare a una iniziale i nomi di luogo, accanto alla T. di Sassari una C. che sta per Bosa, quasi che l’ellissi del toponimo sia il correlativo figurale dell’atopia, intesa come quella perdita di identità dei luoghi che per Mannuzzu è al centro dell’esperienza di crisi del senso; il dire di sé per allusioni, celando peraltro quasi tutto, a iniziare dal nome; l’avanzare ipotesi sempre per formule dubitative. (...)
COME UNA GIOSTRA
In questa tiepida giostra, il nostro protagonista si fa largo attraverso la figura che l’autore – metaforista sapiente – gli ha cucito addosso, quella d’un cacciatore dal carniere vuoto. E vuoto, questo carniere, sarà destinato a restare, persino a fronte d’una soluzione del caso, con l’impossibile ingresso in scena di un colpevole plausibile, vero convitato di pietra del romanzo. Torniamo allora alla questione del genere; il giallo c’è, con delitto e investigazione conseguente che garantiscono la tenuta, diciamo così, editoriale. Ma quella offerta al lettore di “Procedura” è una struttura senza appigli, se non addirittura un’opera destrutturata, privata delle evidenze del codice. Ancora nel suo già menzionato brevissimo scritto Mannuzzu ha spiegato che «il “giallo” è un percorso logico e necessitato dentro realtà capaci di significati precisi (le prove e gli indizi) e verso una realtà finale (la soluzione) che raccoglie tutte le precedenti». Qui invece «prove e indizi sono per definizione equivoci e la strada che segnano è tanto incerta che può apparire vana; porta solo a sé stessa e poi davvero non si sa dove».
BRONZETTI E VINILI
Il nodo cruciale si trova proprio nella guisa di quell’attività venatoria, nella maschera del cacciatore. Si prendano le pagine del primo sopralluogo nella casa di viale Caprera nella quale abitava il giudice Garau: il personaggio che qui dice «io» è investito dai dettagli, senza che questi siano in grado di parlare. Oggetti desueti, rari e preziosi, insistono nella casa del morto, incapace di rinunciare a ciò che desiderava. Un’enigmatica gouache di Paul Klee, una vetrina piena di antichità e reperti archeologici (tra cui un magnifico bronzetto d’età nuragica, una navicella votiva), alcuni ereditati, altri forse procurati illegalmente da un certo Pons, suo lontano parente, personaggio dal fascino ambiguo, santone e chiffonnier, che pare uscito da quell’Ottocento francese da Mannuzzu così amato, tra “I misteri di Parigi” o certe pagine di Balzac: prossimo, paronomasticamente, allo scespiriano Poins, ancor più al suo chiassoso sodale Falstaff.
EQUIVALENZE SONORE
Oggetti desueti, dicevo: metafore, sul momento, impossibili da decifrare. C’è in vista anche un impianto stereo, col giradischi vuoto: «Notai un nastro, dentro il registratore, accesi e premetti “play”: venne subito il crescendo di archi e del flauto che annunzia l’entrata di Papageno, ricoperto di piume dalla testa ai piedi, con la sua grande gabbia di uccelli». Non c’è in “Procedura” – ma credo valga per tutta l’opera mannuzziana – una singola nota che si perda nel vuoto, sia il sublime Bach, sia l’elegia più minimale di certe canzoni, dal Gardel della “Figlia perduta” al Leonard Cohen del “Catalogo”, siano le frasi del sassofono di Charlie Parker in “Un morso di formica”. Eppure il tentativo vano di decifrare gli indizi, sarebbe a dire saltare il vuoto tra metafora e verbum proprium, si traduce a sua volta in una paradossale equivalenza sonora: quando l’oscuro viaggio di quella navicella votiva giungeva al protagonista «come una musica senza suono». Allo stesso modo, le inconfondibili scale del flauto di Pan che, sullo stacco degli archi, anticipano l’entrata in scena del Papageno mozartiano, non fanno che accrescere lo spaesamento, non solo professionale, del giudice investigatore.
© EDIZIONI IL MAESTRALE NUORO 2021
* * *“Procedura” è effettivamente un giallo? Su questo punto battono i testimoni della più immediata e interessante ricezione critica. Oreste Del Buono, in un articolo capace di innescare un dibattito, leggendo questo romanzo a fianco a un altro uscito negli stessi giorni per Editori Riuniti, “L’oro di Fraus” di Giulio Angioni, si chiede, sin dal titolo, se sia nato un giallo sardo; un paio di settimane dopo, dalle colonne del Giornale, gli fa eco Geno Pampaloni. A questo punto, anche Mannuzzu decide di intervenire, reclamando la sua parte sulle pagine della Nuova Sardegna, accanto a un’intervista allo stesso Del Buono: e lo fa, come di consueto, rimescolando le carte, pacatamente dissimulando.
Cosa certa è che al centro di Procedura c’è una “detection”: condicio sine qua non, ma non esclusiva, del genere. Tutto parte da un omicidio nella piccola città di provincia, il cui nome è nella sola iniziale, T.: solo la prima, forse la più vistosa, d’una serie di ellissi; la vittima è Valerio Garau, consigliere stimato nel locale tribunale, conosciutissimo in città, generalmente benvoluto, morto «per maleficio: un grano bastante di cianuro».
COINCIDENZE
Il fatto avviene il 17 marzo del 1978, ventiquattr’ore dopo il rapimento Moro. Coincidenze cronologiche – ora diremmo storiografiche – a parte, ogni successivo dettaglio è affidato alla memoria del protagonista e narratore in prima persona, che compone una sorta di diario in cui i fatti sono rigorosamente datati, ma con un diffuso senso di vaghezza, forse per via d’una certa inaffidabilità, mnemonica o professionale, mai celata: «Non sono stato un buon giudice: o, almeno, non un giudice diligente, operoso, affidabile; ho ceduto continuamente a distrazioni». Eppure è a lui che spetta l’ufficio ingrato di indagare sull’omicidio: proprio a lui, giudice forestiero, destinato per una qualche non specificata penitenza al tribunale di questa innominata Sassari, evanescente e però inequivocabile, città che sente «non proprio inospitale, forse, ma chiusa». Attraverso le sfumature del suo tono passano le inclinazioni dell’autore: l’affidare a una iniziale i nomi di luogo, accanto alla T. di Sassari una C. che sta per Bosa, quasi che l’ellissi del toponimo sia il correlativo figurale dell’atopia, intesa come quella perdita di identità dei luoghi che per Mannuzzu è al centro dell’esperienza di crisi del senso; il dire di sé per allusioni, celando peraltro quasi tutto, a iniziare dal nome; l’avanzare ipotesi sempre per formule dubitative. (...)
COME UNA GIOSTRA
In questa tiepida giostra, il nostro protagonista si fa largo attraverso la figura che l’autore – metaforista sapiente – gli ha cucito addosso, quella d’un cacciatore dal carniere vuoto. E vuoto, questo carniere, sarà destinato a restare, persino a fronte d’una soluzione del caso, con l’impossibile ingresso in scena di un colpevole plausibile, vero convitato di pietra del romanzo. Torniamo allora alla questione del genere; il giallo c’è, con delitto e investigazione conseguente che garantiscono la tenuta, diciamo così, editoriale. Ma quella offerta al lettore di “Procedura” è una struttura senza appigli, se non addirittura un’opera destrutturata, privata delle evidenze del codice. Ancora nel suo già menzionato brevissimo scritto Mannuzzu ha spiegato che «il “giallo” è un percorso logico e necessitato dentro realtà capaci di significati precisi (le prove e gli indizi) e verso una realtà finale (la soluzione) che raccoglie tutte le precedenti». Qui invece «prove e indizi sono per definizione equivoci e la strada che segnano è tanto incerta che può apparire vana; porta solo a sé stessa e poi davvero non si sa dove».
BRONZETTI E VINILI
Il nodo cruciale si trova proprio nella guisa di quell’attività venatoria, nella maschera del cacciatore. Si prendano le pagine del primo sopralluogo nella casa di viale Caprera nella quale abitava il giudice Garau: il personaggio che qui dice «io» è investito dai dettagli, senza che questi siano in grado di parlare. Oggetti desueti, rari e preziosi, insistono nella casa del morto, incapace di rinunciare a ciò che desiderava. Un’enigmatica gouache di Paul Klee, una vetrina piena di antichità e reperti archeologici (tra cui un magnifico bronzetto d’età nuragica, una navicella votiva), alcuni ereditati, altri forse procurati illegalmente da un certo Pons, suo lontano parente, personaggio dal fascino ambiguo, santone e chiffonnier, che pare uscito da quell’Ottocento francese da Mannuzzu così amato, tra “I misteri di Parigi” o certe pagine di Balzac: prossimo, paronomasticamente, allo scespiriano Poins, ancor più al suo chiassoso sodale Falstaff.
EQUIVALENZE SONORE
Oggetti desueti, dicevo: metafore, sul momento, impossibili da decifrare. C’è in vista anche un impianto stereo, col giradischi vuoto: «Notai un nastro, dentro il registratore, accesi e premetti “play”: venne subito il crescendo di archi e del flauto che annunzia l’entrata di Papageno, ricoperto di piume dalla testa ai piedi, con la sua grande gabbia di uccelli». Non c’è in “Procedura” – ma credo valga per tutta l’opera mannuzziana – una singola nota che si perda nel vuoto, sia il sublime Bach, sia l’elegia più minimale di certe canzoni, dal Gardel della “Figlia perduta” al Leonard Cohen del “Catalogo”, siano le frasi del sassofono di Charlie Parker in “Un morso di formica”. Eppure il tentativo vano di decifrare gli indizi, sarebbe a dire saltare il vuoto tra metafora e verbum proprium, si traduce a sua volta in una paradossale equivalenza sonora: quando l’oscuro viaggio di quella navicella votiva giungeva al protagonista «come una musica senza suono». Allo stesso modo, le inconfondibili scale del flauto di Pan che, sullo stacco degli archi, anticipano l’entrata in scena del Papageno mozartiano, non fanno che accrescere lo spaesamento, non solo professionale, del giudice investigatore.
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