Le parole per dire che il Pianeta rischia il collasso
di Matteo Porru
Da McEwan a Saunders, da Arpaia a Deotto gli scrittori che raccontano il climate change
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Elzelard Bouffier non parla tanto. Parlava con sua moglie, ci parlava come se riuscisse a salvarlo dal mondo, ma è morta da anni e il mondo se n’è andato con lei. Per ritrovarlo, e ritrovarsi, decide di piantare intorno alla sua casa, in una vallata deserta e dimenticata della Provenza, centinaia di migliaia di ghiande. Dieci anni dopo, i campi vuoti diventano foreste di querce, di betulle e di faggi e tutte le case della zona, prima abbandonate, prendono vita e calore. Combatte la morte con la natura, Elzelard, e vince. E quando muore lui, e lo fa in pace con se stesso e con il mondo che ha fatto rinascere, resta la grande bellezza del suo atto d’amore, di dolore e di umanità.
È questa, in estrema sintesi, la storia de “L’uomo che piantava gli alberi”, il racconto capolavoro di Jean Giono del 1953, che ebbe un successo straordinario e che credo sia uno dei testi cardine, se non uno dei fondamentali, della narrativa ecologica. Che non è soltanto un filone di prosa che racconta del rapporto e delle influenze fra uomo e natura, ma una visione ampia e completa della realtà che abitiamo, e che quindi sfruttiamo, e che può essere utile rileggere, o scoprire, per capire come la letteratura abbia affrontato e come affronti le (attualissime) tematiche ambientali.
Realtà e distopia.
Non si può non citare “Solar”, romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan, e del suo protagonista Michael Beard, fisico premio Nobel e pioniere nella ricerca delle energie rinnovabili, che mentre continua a complicare sua disastrosa vita privata, intrecciata in più punti con quella lavorativa, sviluppa un rivoluzionario impianto fotovoltaico che potrebbe risolvere la stragrande maggioranza dei problemi energetici mondiali.
Una soluzione, nella storia di McEwan, si può trovare. Bruno Arpaia, in “Qualcosa, là fuori”, racconta invece una realtà devastata e irrecuperabile, una distopia amara e concreta: Livio Dalmastro, neuroscenziato in pensione, osserva dalla Scandinavia, una delle poche aree del pianeta ancora abitabili e meta dei cosiddetti migranti ambientali, il mondo che muore e la sua vita sotto vuoto che lo intrappola in un limbo interiore sterile e terribile. Una storia dove a rimanere a galla sono solo terre crude e inospitali e qualche fantasma che ha paura dell’acqua.
Un libro brutalmente realista è uscito da poco: si intitola “L’altro mondo” e l’ha scritto Fabio Deotto, scrittore e biotecnologo, che porta il lettore in giro per il mondo di oggi e gli fa realizzare, attraverso prospettive diverse, come sia già diventato, ahinoi, il mondo di domani.
Piccoli gesti.
Una storia per tutti, e non solo per bambini, è “Volpe 8” di George Saunders, un gigante della letteratura e del giornalismo americano che, come tutti i giganti, racconta cose enormi con parole semplici. La protagonista è una piccola volpe che nella casa dove vive, ascoltando le favole lette della mamma ai suoi bambini, ha imparato a capire e a parlare inglese. L’animale usa il linguaggio umano per insegnare agli uomini il valore del rispetto della natura, dell’amicizia e dell’armonia. Che sono valori non frequenti tra esseri umani e che per una volpe, che vede boschi distrutti per costruire centri commerciali, sono l’unica salvezza. Combattere la cattiveria e diffondere il bene, diffondere etica, morale, educazione, istruzione. E soprattutto l’amore, nei piccoli gesti e nelle grandi cose.
La storia vera, quella che stiamo scrivendo noi, quella che vivremo e che leggiamo nei dati e nei rapporti, non è iniziata bene. E per dirla tutta, era difficile pensare che potesse iniziare peggio. Ma la penna ce l’abbiamo in mano. E possiamo scrivere, su carta riciclata, la peggiore delle fini o il migliore dei finali. Ora sta a noi, a tutti noi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È questa, in estrema sintesi, la storia de “L’uomo che piantava gli alberi”, il racconto capolavoro di Jean Giono del 1953, che ebbe un successo straordinario e che credo sia uno dei testi cardine, se non uno dei fondamentali, della narrativa ecologica. Che non è soltanto un filone di prosa che racconta del rapporto e delle influenze fra uomo e natura, ma una visione ampia e completa della realtà che abitiamo, e che quindi sfruttiamo, e che può essere utile rileggere, o scoprire, per capire come la letteratura abbia affrontato e come affronti le (attualissime) tematiche ambientali.
Realtà e distopia.
Non si può non citare “Solar”, romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan, e del suo protagonista Michael Beard, fisico premio Nobel e pioniere nella ricerca delle energie rinnovabili, che mentre continua a complicare sua disastrosa vita privata, intrecciata in più punti con quella lavorativa, sviluppa un rivoluzionario impianto fotovoltaico che potrebbe risolvere la stragrande maggioranza dei problemi energetici mondiali.
Una soluzione, nella storia di McEwan, si può trovare. Bruno Arpaia, in “Qualcosa, là fuori”, racconta invece una realtà devastata e irrecuperabile, una distopia amara e concreta: Livio Dalmastro, neuroscenziato in pensione, osserva dalla Scandinavia, una delle poche aree del pianeta ancora abitabili e meta dei cosiddetti migranti ambientali, il mondo che muore e la sua vita sotto vuoto che lo intrappola in un limbo interiore sterile e terribile. Una storia dove a rimanere a galla sono solo terre crude e inospitali e qualche fantasma che ha paura dell’acqua.
Un libro brutalmente realista è uscito da poco: si intitola “L’altro mondo” e l’ha scritto Fabio Deotto, scrittore e biotecnologo, che porta il lettore in giro per il mondo di oggi e gli fa realizzare, attraverso prospettive diverse, come sia già diventato, ahinoi, il mondo di domani.
Piccoli gesti.
Una storia per tutti, e non solo per bambini, è “Volpe 8” di George Saunders, un gigante della letteratura e del giornalismo americano che, come tutti i giganti, racconta cose enormi con parole semplici. La protagonista è una piccola volpe che nella casa dove vive, ascoltando le favole lette della mamma ai suoi bambini, ha imparato a capire e a parlare inglese. L’animale usa il linguaggio umano per insegnare agli uomini il valore del rispetto della natura, dell’amicizia e dell’armonia. Che sono valori non frequenti tra esseri umani e che per una volpe, che vede boschi distrutti per costruire centri commerciali, sono l’unica salvezza. Combattere la cattiveria e diffondere il bene, diffondere etica, morale, educazione, istruzione. E soprattutto l’amore, nei piccoli gesti e nelle grandi cose.
La storia vera, quella che stiamo scrivendo noi, quella che vivremo e che leggiamo nei dati e nei rapporti, non è iniziata bene. E per dirla tutta, era difficile pensare che potesse iniziare peggio. Ma la penna ce l’abbiamo in mano. E possiamo scrivere, su carta riciclata, la peggiore delle fini o il migliore dei finali. Ora sta a noi, a tutti noi.
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