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Antonella Ruggiero: «I Maneskin? Bravissimi e seri. Mi ricordano i primi Matia Bazar»

La cantante venerdì 29 a Cagliari e sabato 30 a Sassari con "La buona novella": «Con De André solo un incontro fugace a Genova. I talent non consentono ai giovani di maturare»


25 aprile 2022 Alessandro Pirina


Un anno fa “La buona novella” di De André ha compiuto 50 anni. Per l’occasione Antonella Ruggiero aveva deciso di riportare in tour il capolavoro di Faber, ma il Covid aveva costretto a sospendere tutto. Ora l’ex voce dei Matia Bazar è pronta a ritornare col grande concerto che porta in scena da diversi anni: venerdì 29 sarà al Teatro del Conservatorio di Cagliari, sabato 30 al Comunale di Sassari. Ruggiero canterà l’opera accompagnata dalla corale Santa Cecilia e dai musicisti dell’Ensemble Laborintus di Sassari. La voce maschile sarà quella di Carlo Doneddu, quella recitante di Maria Antonietta Azzu, gli arrangiamenti saranno a cura di Gabriele Verdinelli, il tutto diretto da Matteo Taras.

Ruggiero, era il 2009 quando portò per la prima volta sul palco la Buona novella.

«Nel corso del tempo l’ho eseguita tante volte in giro per l’Italia. Dopo il terremoto dell’Aquila facemmo dentro i tendoni dei volontari. Un’esperienza memorabile nella sua drammaticità».

Come nasce il progetto?

«De André era legato alla Sardegna e ai sardi. Io sono di Genova. Insomma, c’è una certa familiarità in tutti noi. Quando io e Roberto Colombo abbiamo ricevuto da Gabriele Verdinelli l’invito a cantare con queste voci magnifiche di Santa Cecilia e Laborintus di Sassari non abbiamo avuto alcun dubbio».

Cosa rappresenta per lei la Buona novella?

«Ognuno di noi quando si addentra all’interno del mondo creativo di De André trova qualcosa di sé e per sé. Ognuno vede e recepisce a suo modo. I testi di De André sono qualcosa che rimane nella storia, come Pasolini, Battiato. Sono autori che hanno scritto con anni di anticipo quello che sarebbe avvenuto».

Il suo legame con De André?

«Tra il 1974 e il 1975 io e gli altri soci del gruppo utilizzavamo una sala prove a Sturla. La A era la più grande. Ricordo che un giorno arrivò De André, aveva in mano una stecca di sigarette e una bottiglia di non so cosa, con al seguito un codazzo di musicisti. Parlava a voce alta, entrò nella sala e chiuse la porta. “Boom”. Quello è l’unico flash che ho di De André: non posso dire certo di averlo conosciuto».

Com’era la Genova dei cantautori?

«Era una frequentazione inconsapevole di quello che stava succedendo. Come spesso accade, sei dentro la storia e non te ne rendi conto. Fu un solo decennio, tra i Sessanta e i Settanta, ma pensiamo alla importanza che ha avuto per la musica: Tenco, Paoli, Bindi, Lauzi».

De André scelse di vivere in Sardegna, lei la conosce bene: qual è il suo legame con l’isola?

«Profondo. La Sardegna mi è familiare. Non solo il territorio, anche le persone, le modalità, i caratteri. Ogni volta che arrivo mi ritrovo a casa. È una sensazione che non si può descrivere».

Nella seconda parte del concerto, accompagnata da Renzo Ruggieri alla fisarmonica, canterà anche i suoi più grandi successi. Che effetto fa essere l’interprete di canzoni entrate a fare parte della storia?

«La musica racconta i periodi storici. In ogni decennio c’è qualche canzone che mi ricorda modi di vivere e di essere delle persone. Anche oggi, dopo due anni di stop e la guerra, ci sarà qualcosa di memorabile, seppure in negativo. Dunque, molte persone sono legate alle mie canzoni perché a loro volta pensano alla loro vita. Il poter e della musica è suscitare ricordi».

Le capita di pensare: se fossi rimasta nei Matia Bazar…

«Non mi pongo la domanda da quando me ne sono andata. Sono stati 14 anni intensi, una esperienza artistica unica, una amicizia fortissima, una collaborazione quasi fraterna. Fino a un certo punto è andato tutto bene, ma eravamo teste diverse con visioni differenti. Avevo bisogno di riposare la mente, cosa che ho fatto per 7 anni. Ma ho avvisato un anno prima e ho onorato ogni impegno professionale fino all’ultimo».

La giovane Antonella avrebbe partecipato a un talent?

«Io non sento questa grande macchina, questo meccanismo come parte di un percorso che deve fare un artista giovanissimo. A quell’età non servono luci, applausi, ma le cose vanno elaborate. Se hai qualità hai necessità di tempo per maturare. I talent non te lo consentono».

Oggi su chi scommette?

«Per rispondere dovrei conoscere tutti, ma posso dire che quello che hanno fatto i Maneskin è straordinariamente positivo. Perché alla base c’è la bravura, non il glamour. Sono giovanissimi ma professionalissimi, concentratissimi, consapevoli di fare le cose per bene e con serietà. Come eravamo agli inizi noi Matia Bazar».

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