La Nuova Sardegna

Teatro

Filigheddu: «La storia sul palco per capire la città di oggi»

di Paolo Curreli
Filigheddu: «La storia sul palco per capire la città di oggi»

Oggi all’Astra l’ultimo titolo de “I grandi personaggi di Sassari”

18 gennaio 2023
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Oggi, giovedì 19, alle 20 al Teatro Astra di Sassari il quarto e ultimo appuntamento della rassegna “Grandi personaggi di Sassari” la storia dei fratelli Tola: “Perdona, Efisio. Tuo fratello Pasquale”. Una rassegna, di successo sempre sold out in uno spazio restituito recentemente alla città che è diventato un centro e un’officina di cultura, superando anche il difficile scoglio della pandemia. L’autore delle pièce è Cosimo Filigheddu che ha voluto raccontare quattro personaggi storici – cogliendone l’aspetto più personale e riscoprendo le loro vicende meno note – che ci spiega la genesi e il senso di questo suo lavoro.

Intanto com’è nata l’idea?
«Con la richiesta dell’allora assessore alla cultura Nicola Lucchi per la riapertura dell’Astra. Un lavoro sulla storia di Sassari con libertà di scelta da parte mia. Avevo finito da qualche mese la scrittura del romanzo “La guerra di Pasqua” e mi ero imbattuto nella figura del Berlinguer giovane e ribelle. Diviso tra amore e odio con la famiglia (aristocratica e progressista) e il suo rapporto con l’altrettanto giovane Pigliaru, ancora fascista ma proletario».

Questo è il primo titolo?
«Sì, “La partenza di Enrico”. Berlinguer lascia Sassari e questo gli permette di crescere in Italia e in Europa (a differenza di Segni e Cossiga che non taglieranno mai i rapporti con la loro città). Un rapporto che sottolinea la visione della classe dirigente di Sassari già tra Ottocento e Novecento: guardare verso Roma o Torino piuttosto che cercare un ruolo per la città da capitale dell’isola (e in diversi momenti dell’Ottocento questo sarebbe potuto pure avvenire)».

È seguita la storia inedita ai più del Conte di Moriana?
«Conosciuto perché a lui è intitolata la piazza. Governatore in un’epoca difficile, quella dell’esilio dei Savoia in Sardegna incalzati da Napoleone. Il Conte di Moriana (figlio di Vittorio Amedeo III e della principessa Maria Antonia Ferdinanda di Spagna) fu governatore di Sassari fino alla sua misteriosa morte avvenuta nel 1802, a soli 36 anni, subito dopo aver ordinato la tortura e l’esecuzione del giacobino Francesco Cillocco. Un governatore controvoglia, pieno d’odio per l’isola e la città che l’aveva costretto a prendersi delle responsabilità. Una frattura e un’indecisione tra coraggio e viltà, il desiderio di essere accettati e amati e l’odio quando questo non accade».

Ancora un confine complicato?
«Perché nella realtà della vita, nelle scelte umane non esiste mai un taglio netto, una scelta di campo tra bene e male, ma, piuttosto, diverse zone grigie. È questo aspetto umano che mi ha interessato, come nel quarto e ultimo lavoro, in scena stasera, quello su Pasquale Tola e suo fratello Efisio, in pochi sanno che la piazza nel cuore della città è dedicata a i due fratelli Tola, il maggiore Pasquale conservatore e monarchico (cosa che gli assicura la carriera) l’altro Efisio, ribelle e mazziniano fucilato alla schiena come un traditore, nel 1833, a Chambéry, nella Savoia. Pasquale cercherà tutta la vita (dopo aver nascosto e essersi vergognato del fratello) di riconciliarsi con la sua memoria».

Interessante anche la riscoperta della vita e dell’opera dell’architetto Misuraca che ha ispirato il terzo titolo...
«L’architetto Angelo Misuraca è trai protagonisti del volto moderno di Sassari sotto il fascismo. Un uomo che alla caduta del regime, invece di aspettare nell’ombra per essere come tanti recuperato, è coerente fino alla fine, viene arrestato e muore poco dopo in carcere. Misuraca, che ha costruito alcuni dei palazzi più belli di Sassari tra cui le ville della zona di viale Italia è stato cancellato totalmente dalla memoria della città, dopo la sua morte avvenuta in circostanze misteriose il suo nome è caduto nell’oblio».

In queste storie di uomini, di persone più che di personaggi, contraddizioni e perdita di memoria, traspare ovviamente anche la storia della città?
«Queste figure sono un po’ il volto di una Sassari sempre percorsa da una frattura: tra aristocrazia conservatrice (e perfino sanguinaria come per il conte di Moriana) e, dall’altra parte, massone, repubblicana e anticlericale. Capace di dedicare impegno e di affidare compiti importanti (come per Misuraca) per poi dimenticare. Protagonista della storia sarda ma con uno sguardo e la voglia di affermarsi oltremare».

Hai avuto un osservatorio privilegiato sulla città nella tua lunga carriera di giornalista della Nuova, alla direzione della cronaca cittadina e come capo redattore e hai ripercorso la storia sassarese nei romanzi e per il teatro?
«Dopo aver lasciato la professione di giornalista ho sostanzialmente cambiato il modo di raccontare e di vedere la realtà. Nel romanzo, nella letteratura l’invenzione, quella buona e plausibile, è la sostanza fondamentale del lavoro, ovviamente il giornalismo, invece, è il racconto puntuale della realtà. Ho voluto raccontare la storia in modo romanzesco, ma i personaggi, come avviene in questo caso, sono anche interpreti di un certo modo di affrontare gli avvenimenti, persone dentro la Storia».

La Sassari di oggi?
«Quella contraddizione tra borghesia divisa tra conservatori e innovatori e lo stimolo di un vivace proletariato artigiano, così generatrice e prolifica di idee è definitivamente finita. In altri centri allo svuotamento urbano, alle nuove sfide si è trovata un’alternativa, a Sassari questo non è accaduto. Uno dei centri storici più integri del Paese continua ad essere abbandonato e questo è accaduto anche al Centro città in generale non solo al tessuto medievale miracolosamente integro. Non si può delegare alla stessa classe dirigente protagonista di queste scelte il compito di porgli rimedio».

La cultura come motore?
«Certamente non può essere rinchiuso nelle scelte del concerto di capodanno. C’è una spinta dal basso fortissima, tre teatri che lavorano bene e che soddisfano diversi tipi di pubblico con offerte interessanti. A questa vitale spinta dal basso non corrisponde un’adeguata risposta. Il mecenatismo di una volta è stato sostituito dal finanziamento pubblico, con tutti i problemi ovvi che ne derivano. La cultura dipendente dalla politica non è mai una cosa buona. Per quanto riguarda la memoria, voglio ricordare due figure di grandi sassaresi a proposito di teatro: Gianpiero Cubeddu (legato alla vita del Verdi e del nuovo Astra, che ha capofila nella gestione la compagnia da lui creata) e Leonardo Sole, filologo che ha dato dignità al sassarese. Ecco a loro non è dedicato una via, o una strada».

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