La Nuova Sardegna

Sassari

«Così abbiamo restituito all’isola un nuovo Padiglione Tavolara»

di Paolo Curreli
«Così abbiamo restituito all’isola un nuovo  Padiglione Tavolara»

L’architetto Simonetti racconta il restauro dell’opera di Badas

02 marzo 2023
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La settimana scorsa è stato presentato a Sassari nel Padiglione Tavolara il volume che Paolo Sanjust e Davide Virdis hanno dedicato al restauro di questa importante architettura pubblica. «Un’opera tra le più importanti di Ubaldo Badas, non solo il risultato architettonico più interessante del Novecento in Sardegna, ma anche uno snodo fondamentale nell’urbanistica di Sassari e un prezioso polo di attrazione per il turismo e per il nuovo design artigianale isolano. Una perla da conservare con una continua manutenzione. La casa della sintesi delle arti».

Questo, in breve, il riassunto degli interventi del sindaco Campus, del soprintendente Billeci, della storica dell’arte Altea e del presidente della Fondazione Sardegna, – uno dei motori dell’edizione del volume – Spissu. Dell’impegnativo percorso che ha portato al restauro ne abbiamo parlato con l’architetto Piersimone Simonetti, dello studio che se n’è occupato: Cenami-Simonetti-Ticca e De Rosa associati con gli ingegneri Grenga e Francesco Simonetti Cenami.

«Siamo partiti dall’analisi della documentazione, in questo è stato prezioso il libro curato da Stefano Ghizzi e Sergio Poretti, saggio accurato sul percorso di progettazione del Padiglione. Il tutto integrato dai documenti dell’archivio comunale» dice Simonetti.

Oltre il recupero strutturale bisognava recuperare lo spirito che ha ispirato Badas?
«Certamente, è un aspetto importante di ogni restauro. Ubaldo Badas pensa a una struttura aperta, un padiglione espositivo in un giardino che dialoghi con l’esterno. Gli alberi, i percorsi ombrosi, l’acqua sono aspetti fondamentali in rapporto continuo e fondamentale con l’architettura. Un dialogo non solo visivo, sicuramente Badas prende in considerazione anche il mormorio della acqua, lo stormire delle foglie, il canto degli uccelli e le voci dal giardino. Una struttura permeabile, percorsa dall’aria, dalla luce riflessa dallo specchio d’acqua. In questo c’è un profondo spirito mediterraneo. Un mondo che ama vivere all’aperto. Naturalmente le stagioni non sono sempre dolci anche al Sud, questo è stato uno dei problemi».

Che difficoltà avete incontrate e come le avete risolte?
«Be’, la prima è stata recuperare le chiavi che si erano smarrite. Poi andavano individuati i ripensamenti in corso d’opera. Variazioni dettate dell’urgenza per rendere fruibile al più presto il Padiglione. Questo, in alcuni casi, ha costretto Badas a soluzioni di ripiego: uso di materiali scadenti e particolari imperfetti. Cose che stonano con la grande qualità dell’opera».

Poi c’è stato il precedente restauro e decenni di abbandono...
«Negli anni Ottanta il primo intervento era indirizzato a rendere fruibile la struttura in ogni stagione. Riscaldando e raffreddando l’ambiente. Per raggiungere questo risultato venne utilizzato l’alluminio, materiale che all’epoca rappresentava il massimo della modernità, questi infissi avevano completamente occultato le bellissime vetrate pensate da Badas, funzionali anche per la circolazione in maniera naturale dell’aria. All’epoca del primo intervento per rinfrescare e riscaldare vennero istallati dei fan-coils e le relative cabine sul tetto. Questo ha prodotto due cose: i condizionatori furono addossati alle pareti, chiudendo le pareti e tradendo lo spirito di leggerezza pensato da Badas. Mentre le strutture sul tetto impedivano il deflusso della pioggia. La scala esterna, molto bella, aveva solo un corrimano in legno e non rispettava le normative. Le piscine esterne erano state riempite di terra. La bussola di ingresso andava rifatta, il controsoffitto aveva abbassato l’altezza del seminterrato, la zoccolatura per i fan-coils aveva occultato le aperture verso i giardini. Le scanalature dei bellissimi pilastri erano state usate per ospitare dei neon. Il cielo stellato sul bellissimo soffitto di legno di ciliegio mancava di numerosi punti luce. Andavano fatti interventi di consolidamento strutturale. E tante, tante altre cose».

Come avete risolto questo, mi pare enorme, insieme di problemi?
«Partiamo da quello che non si poteva ripristinare: la cabina elettrica su viale Mancini non può essere rimossa. Il bacino d’acqua intorno all’edificio non poteva avere la profondità dell’origine, pena un struttura di sicurezza intorno, abbiamo optato per un livello a velo dell’acqua che comunque non tradisce l’idea di Badas: far galleggiare la facciata sullo specchio d’acqua. La scala è stata resa sicura con dei pannelli di cristalli. L’impiantistica è stata ripristinata con tubature moderne e sottili. La sala mostre è tornata come l’aveva pensata Badas. Nella galleria sono stati realizzati percorsi in legno di ciliegio. All’esterno è stato ricostruito in metallo il percorso ombreggiato d’ingresso. Oltre gli interventi di recupero strutturale».

La bellissima parete vetrata della sala mostre?
«L’abbiamo risolta grazie a un’idea dell’architetto Gian Giuliano Mossa. Un sistema che apre e chiude le lastre di vetro antisfondamento ricoperte dal vetro greggio originale. Tutto il sistema sofisticato di apertura e chiusura è occultato nei pilastri, è stato realizzato da una ditta del territorio, di questo andiamo fieri».

Il futuro del Padiglione?
«È sicuramente legato a una manutenzione attenta e continuata. La città deve sentire sua questa bellissima opera, che deve rientrare nei percorsi e nella vita della città. Un progetto che racconta il gusto internazionale di Ubaldo Badas, un uomo aggiornato sulle tendenze dell’architettura. Tutto certificato dall’attenzione che riviste come Domus davano al design sardo».

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