La Nuova Sardegna

L'intervista

Andrea Arcangeli: «Il Muto è tornato I registi sardi? Il top»

di Alessandro Pirina
Andrea Arcangeli: «Il Muto è tornato I registi sardi? Il top»

L'attore in giuria al Figari film fest: «Baggio? Sono amico dei figli, lui è il mio faro»

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Le rocce di Golfo Aranci non sono le stesse di Aggius, ma per lui è stato un po’ un ritorno a casa. Andrea Arcangeli, al cinema il “muto di Gallura”, è stato per diversi giorni a Golfo Aranci in giuria al Figari film fest. Un compito, non semplice, che ha condiviso con Michela Giraud e Matteo Martari.

Andrea, di nuovo in Gallura dopo il Muto.

«È il Muto che ritorna, o forse non è mai andato via. Ho un legame forte con la Sardegna, ogni tot di tempo ho bisogno di tornare. L’estate dopo avere girato il “Muto” sono venuto per una settimana e l’ho tutta girata in moto da solo. Quando mi hanno chiesto di venire a Golfo Aranci ho accettato subito: mi incuriosiva fare il giurato, non lo avevo mai fatto».

Come è andata questa esperienza?

«Benissimo, il livello dei corti era veramente alto. Avevo bisogno di riconnettermi al cinema nostrano e non solo e l’ho potuto fare attraverso i corti internazionali e quelli sardi. Non c’era una via di mezzo: o erano cose autoctone o venivano da fuori».

I corti sardi?

«Mi sono piaciuti. In Sardegna è fortissimo il legame con la terra, con le tradizioni. Il racconto dei registi sardi è assolutamente diverso da quello degli altri e lo sanno mettere in scena alla perfezione».

Il Muto di Gallura in Sardegna ha riempito le sale come non si vedeva da tempo: quali sono state le reazioni oltre Tirreno?

«Qui il film è uscito una settimana prima ed è stato un lancio non da poco. Ma devo dire che anche fuori il fatto che fosse tutto recitato in gallurese non ha allontanato il pubblico. D’altronde, oggi tramite le piattaforme siamo abituati a vedere di tutto, fino ai film in coreano. A Roma, a Milano ricordo sale sempre piene: il pubblico si è fatto catapultare in un mondo che non conosceva, ha subito una fascinazione per questo mondo fantastico della Gallura».

Ad agosto saranno 30 anni: si può fare già un primo bilancio?

«Fino a qualche tempo fa ero spaventato, forse perché arrivo dall’anno più caotico della mia vita. Avevo bisogno di ristrutturare tutto prima di questo traguardo. Ma se mi guardo indietro non posso essere più orgoglioso di così. Faccio un lavoro che è un enorme privilegio e ho avuto la fortuna di lavorare con gente che sognavo di incontrare fin da bambino, come John Turturro o Danny Boyle».

Figlio di Luciana Littizzetto e Neri Marcorè nella serie “Fuoricalsse”.

«Un’esperienza che mi ha lanciato nel calderone. È stata super formativa, divertente. Sono fiero di essermi fatto le ossa in una fiction della Rai. Ho imparato presto cosa era il duro lavoro, stare sul pezzo».

Primo ruolo da protagonista in “The startup”, regia di Alessandro D’Alatri, scomparso pochi mesi fa.

«Alessandro è stato un po’ un papà. Raramente ho visto un regista amare i suoi attori, i suoi collaboratori in questo modo. Lo guardavo sempre affascinato e mi chiedevo: come fa a essere sempre così innamorato del cinema? Alessandro è una di quelle persone che incontri e ti ricordano che fai un lavoro stupendo».

“Trust” diretto da Danny Boyle: che differenza ci sono tra l’Italia e l’America?

«Forse solo che sul set americano ci sono molte più persone. Cambiano sicuramente le produzioni, i budget, ma quello che trascina la pellicola sono sempre le stesse energie. Me ne sono reso conto anche da poco in Messico, dove ho girato un film: anche lì si lavorava in maniera incredibile».

È stato il Baggio cinematografico: vi siete più sentiti?

«Ogni tanto sì, magari per il compleanno. Sono rimasto molto amico dei suoi figli. Lui per me continua a essere un faro».

Il 13 luglio esce in sala “Come pecore in mezzo ai lupi” di Lyda Patitucci.

«Uno dei film più difficili che ho fatto, perché richiedeva una trasformazione fisica molto intensa. Ho perso 15 chili in tre mesi. È stato durissimo. Sono contento di averlo fatto. Ma non so se lo rifarei».


 

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