La Nuova Sardegna

L’intervista

Francesco Arca: «La morte di mio padre mi annientò. Il dolore c’è ancora, ma ci convivo»

di Alessandro Pirina
Francesco Arca: «La morte di mio padre mi annientò. Il dolore c’è ancora, ma ci convivo»

L'attore ripercorre la sua storia e quella del suo papà in Basta che torni

25 marzo 2024
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«Basta che torni», diceva al padre ogni volta che partiva per una zona di guerra. Ma un giorno il padre Silvano, paracadutista originario di Sorradile, non è tornato. È morto, non in una temuta missione militare, bensì in un incidente di caccia in Toscana. Francesco Arca aveva 16 anni. Da allora ne sono passati quasi 30 e l’attore, tra i volti più amati di cinema e televisione, ha deciso di raccontare la sua storia e quella del padre in un romanzo-lettera edito da Mondadori, appunto intitolato “Basta che torni”.

Francesco, cosa l’ha spinta dopo quasi trent’anni a scrivere questo libro?
«È nato tutto durante la pandemia, un periodo estremamente difficile per tutti ma che ci ha regalato anche una cosa preziosa: il tempo. Ho avuto la possibilità di riflettere molto e ho ovviamente pensato anche a mio padre. Proprio in questo caso mi sono accorto che il ricordo di mio padre stava svanendo, non ricordavo più la sua voce e il suo profumo. Impaurito ho chiamato subito la mia psicologa che mi ha consigliato di scrivere tutto quello che su mio papà mi passava per la testa. Una sorta di quaderno degli appunti. Ovviamente non avevo l’idea di volere scrivere un libro, ma alla fine ho fatto tanta ricerca, ho conosciuto diverse storie che non avevo mai sentito da parte degli amici di mio papà, della mia famiglia e anche di mia mamma, così è nato “Basta che torni”».

Chi era suo padre?
«Era un militare, un ufficiale dell’esercito. È stato un padre che ci ha voluto molto bene e che per noi ci è sempre stato. Nonostante per molti mesi consecutivi non fosse presente in casa perché era in missione lo sentivamo sempre con noi, sapevamo che ci stava pensando e non vedevamo l’ora di andare a riprenderlo in aeroporto per poter passare del tempo, seppur sempre troppo poco, insieme».

Aveva 16 anni quando suo padre è morto, nel libro ripercorre quei terribili momenti. Quel dolore enorme in cosa si è trasformato oggi?
«Non avevo mai provato un dolore così forte, indescrivibile. Essendo però abituato al fatto che mio padre non fosse a casa per molti mesi, all’inizio ho vissuto con la percezione che quel dolore sarebbe passato, prima o poi, perché mio padre sarebbe tornato. Ma così non è stato e mi sono dovuto guardare allo specchio affrontando questo momento buio. Il sentimento che mi ha pervaso immediatamente è stata la rabbia. A un certo punto però mi hanno detto una cosa che ricorderò per tutta la vita, perché in fondo è la verità: il dolore non passa e ci devi convivere, e ci convivo anche oggi. Penso spesso a mio padre e cerco di insegnare ai miei figli i valori che mi ha trasmesso lui».

Sulla dinamica dell’incidente di caccia lei e la sua famiglia avete avuto sempre dubbi. È ancora alla ricerca della verità?
«Sì, vorrei ovviamente conoscere la verità riguardo quanto è successo anni fa, ma devo dire che non provo più nessun tipo di rancore, non sono un giudice e non mi permetto di esprimere sentenza. Mi piacerebbe sapere cos’è successo».

Nel libro, a partire dalla copertina con la foto di lei bambino con suo padre sulla spiaggia di Is Arutas, c’è tanta Sardegna: il traghetto, il mare, nonna, zii, cugini. Dice anche “mio padre l’ho vissuto più in vacanza in Sardegna che in Toscana”. Cos'è per lei l’isola?
«La Sardegna è casa mia, così come la Toscana. Quello che mi viene in mente quando penso all’isola è un aspetto legato alla cucina, alla tradizione culinaria sarda, oristanese in particolare. Penso sempre a tutto quello che cucinava mia nonna, quando risento quel tipo di sapore mi riconnetto immediatamente al passato. Chiaramente poi il mare della Sardegna, non l’ho mai ritrovato in nessun’altra parte al mondo, è assolutamente magico e il più bello in assoluto».

Se pensa all’infanzia nell’isola cosa le viene in mente?
«Mi vengono in mente le partite a calcio con i miei cugini, i pranzi e le cene tutti insieme in giardino, e in qualche modo mio papà è sempre presente su questa magica isola. Dato che durante l’anno mio padre era via in missione, l’unico momento in cui riuscivo a godermi veramente mio padre era quando andavamo in vacanza in Sardegna, li c’era, e c’è tutt’oggi gran parte della mia famiglia. Questo è il motivo per cui cerco di andarci ogni anno e ci porto anche i miei bambini».

Mancava dall’isola da 8 anni, l’ultimo viaggio che racconta nel libro è stato un modo per riconciliarsi con la Sardegna?
«Esatto, non tornavo da molti anni in Sardegna, terra a me molto cara come le dicevo prima, perché è casa mia, è la terra di mio padre e per questo ho avuto il bisogno di tornarci, di portare proprio lì le ceneri di mio padre, e per fare questo viaggio ho voluto al mio fianco i miei bambini, Maria Sole e Brando Maria, Irene, la mia compagna, mia mamma e mia sorella».

Prima di fare l’attore ha tentato la carriera militare. Pensa mai a come sarebbe stata la sua vita da soldato?
«Volevo semplicemente restare connesso a mio padre, come se inconsciamente lo volessi emulare e pensavo che, indossando i suoi abiti, le sue scarpe e facendo il suo stesso lavoro potesse restare con me per sempre. Ho capito con il tempo che questo era semplicemente uno scudo che mi ero messo addosso per cercare di combattere questo dolore».

Ora lei è padre: rivede in se stesso il suo?
«Mi fa strano pensare che quando mio padre è morto aveva l’età che io ho oggi, mi fa un po’ effetto e quest’anno più che mai: quando parlo con i miei figli cerco sempre di comportarmi come avrebbe fatto lui, provando a trasmettere loro gli insegnamenti che mio padre ha dato a me e mia sorella. Il rispetto verso gli altri prima di tutto».

“Basta che torni” era la frase che diceva sempre a suo padre quando partiva in missione. C’è una frase, una parola particolare che le dicono i suoi figli?
«In realtà no, sono più alcuni momenti della routine quotidiana che facciamo sempre, che sono solo “nostri”: la colazione al bar con mio figlio Brando prima di andare a scuola, i pranzi cucinati nel weekend insieme a Sole. Più che frasi o parole sono proprio momenti a cui sono fortemente legato».

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