La Nuova Sardegna

L'intervista

Giorgio Nardone: «I giovani vogliono tutto e subito, non sono più capaci di attendere»

di Angiola Bellu
Giorgio Nardone: «I giovani vogliono tutto e subito, non sono più capaci di attendere»

Il professore parla del suo ultimo libro L’adolescenza in bilico: «È il momento più critico della vita, ma la crisi è anche un’opportunità»

02 aprile 2024
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In libreria il nuovo appassionante libro del professor Giorgio Nardone, “L’adolescenza in bilico” (di G. Nardone, E. Balbi, E. Boggiani, Ponte alle Grazie, pp 368, 15.20 euro) scritto a più mani. Nel volume si raccontano casi clinici risolti con la terapia breve, messa a punto dal professore, che ci spiega perché i nostri adolescenti siano spesso troppo fragili. Nardone in quest’intervista suggerisce quali strade percorrere per accompagnare i nostri figli all’età adulta.

Professore, perché l’adolescenza è in bilico?

«È il momento più critico: si costruisce l’identità, l’autoriflessività, la fiducia o la sfiducia nelle proprie risorse. Insieme a questo, c’è tutta la tempesta ormonale e lo sviluppo sessuale che interferisce con l’equilibro dell’individuo. È anche una destabilizzazione che lo fa crescere. Secondo Freud è fisiologico che in questo periodo ci siano crisi di crescita. “Opportunità di crescita” direbbe la saggezza cinese; la crisi è un’opportunità».

Cosa è cambiato nell’osservazione di questo periodo della vita?

«Oggi l’adolescenza è slittata: va dai 14 anni sino ai 25; se osserviamo il criterio della conquista dell’autonomia economica e psicologica, allora l’età si estende di parecchio».

Nel libro lei parla di questo slittamento come di un effetto (non desiderato) della società del benessere. Perché?

«Il benessere ha creato tante cose buone, ma anche la nostra convinzione che lo star bene sia: “evitiamo i dolori, la fatica, tutto ciò che costa”. Abbiamo creato una società di adolescenti deficientizzati, cioè a cui “deficit” l’esperienza importante fatta di ostacoli da superare, di frustrazioni da vivere, di sudore e sacrificio per costruire fiducia nelle proprie risorse, in modo da costruire la resilienza di fronte alle situazioni critiche».

Nel suo libro parla degli stati di attesa e impulsività come fondamentali e inversamente proporzionali. In che modo?

«Oggi gli adolescenti sono sempre meno capaci di aspettare. Sono compulsivi e impulsivi. Hanno bisogno di consumare tutto e subito. Lo si osserva in tutte le direzioni: per esempio i disordini alimentari sono esplosivi; così come i disturbi ossessivi compulsivi e il panico. Aggiungiamo la comparsa di internet, un palcoscenico straordinario e un accesso più rapido a tutto. L’attesa, la capacità di aspettare per cogliere il momento propizio è diventata sempre più difficile nell’adolescente, che per questo si trova sempre in bilico».

Dobbiamo quindi educare all’attesa?

«Questa è una cosa nella quale sono finiti per convergere coloro che avevano posizioni opposte vent’anni fa; quelli del “lasciate che le cose siano, il giovane troverà la strada”. Oggi sappiamo che il mondo educativo deve ripensare al fatto che se io voglio sostenere un adolescente devo creargli ostacoli da superare. Se oggi il mantra è “devo togliere qualunque ostacolo o dolore a mio figlio”, dovrebbe diventare “creo almeno un ostacolo al giorno a mio figlio, perché impari ad avere fiducia in se stesso”. L’autostima è una conquista. La scarsa autostima è una condizione giovanile solo del mondo occidentale opulento. Mondi come India e Corea hanno un impeto a raggiungere e migliorare, che ha connotato anche noi ma nel passato».

Letto il suo libro, come individuare il confine tra fisiologico e il patologico?

«È molto semplice: quando si osservano nei ragazzini situazioni che diventano invalidanti è il momento di intervenire. La differenza tra un disagio e una patologia è che questa non permette a chi ne soffre di raggiungere i suoi scopi. Se ho una ragazza un po’ timida non ha bisogno di un intervento. Se non riesce ad affrontare situazioni perché in preda al panico, è il momento che venga aiutata. È il criterio di invalidazione, che fa la differenza».


 

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