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Nella Grande Mela

Il Doc wine bar nel cuore di Brooklyn da 25 anni delizia i palati dei newyorkesi

di Enrico Gaviano
Il Doc wine bar nel cuore di Brooklyn da 25 anni delizia i palati dei newyorkesi

A gestirlo una coppia nuorese: Claudio Coronas e Rossana Patteri

04 aprile 2024
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Chi ha bisogno di cioccolato se puoi mangiare un grande formaggio con il pane caldo e il miele?. Andrea Strong, giornalista enogastronomico del New York Times è stato conquistato dalla cucina sarda. Lo dimostra in questo e altri passaggi del lungo articolo dedicato al Doc Wine bar, ristorante diventato un’istituzione nel cuore di Brooklyn.

A gestirlo una coppia nuorese, Claudio Coronas e Rossana Patteri. 57 anni lui, 56 anni lei, sono arrivati nella Grande mela nel 1999 dopo aver lasciato la Sardegna a caccia di fortuna. «Sono per metà gallurese – racconta Claudio – perché mia madre era originaria di Calangianus. Proprio in Gallura, a San Teodoro, ho lavorato per parecchio tempo e sono stato uno dei fondatori dell’Ambra day. Poi ho gettato la spugna, troppe tasse, troppi problemi». Quindi la decisione di provare l’avventura negli Stati Uniti. «I primi tempi sono stati difficili, mi sono dovuto arrangiare lavorando anche nelle ditte di traslochi. Poi abbiamo aperto il wine bar che è diventato subito un punto di riferimento per i sardi e gli italiani. Pian piano però siamo entrati nel cuore dei newyorkesi e degli americani».

Nel ristorante si servono tante prelibatezze della cucina sarda. «L’elenco è lungo - – dice ancora Coronas :–. culurgiones, malloreddus e altre paste fresche come la fregula, le zuppe come quella cuada, i formaggi, la ricotta, il pane carasau, le seadas. Per quanto riguarda i salumi, non possiamo avere quelli sardi per i noti problemi di importazione, ma abbiamo prodotti italiani altrettanto validi. Le carni invece arrivano da allevamenti americani, a cominciare da maialetti e agnelli che prendiamo quando raggiungono il peso che tradizionalmente hanno quando vengono utilizzati nelle tavole dell’isola. E per questo li paghiamo tanto, ma ne vale la pena. Tutti i prodotti sono di alta qualità e per il 90 per cento biologici».

Non mancano i vini, italiani e ovviamente sardi. «Abbiamo bottiglie di diverse cantine isolane, come Chessa di Usini, Su’Entu di Sanluri o ancora Quartomoro di Oristano. Vermentino e Cannonau sono i più richiesti e più amati. Gli americani sono curiosi e quando assaggiano uno dei nostri vini restano stupiti. Magari conoscono i classici italiani e sono sorpresi dal sapore». Claudio e Rossana soddisfano anche tante altre richieste e curiosità dei clienti. «Quando raccontiamo del pane carasau, delle sue proprietà straordinarie e del fatto che tanti anni fa veniva preparato dalle donne per i pastori che restavano a lungo fuori casa e avevano bisogno di un pane che durasse per molto tempo».

In cucina c’è uno chef di origine romagnola, Christian Iannicella, che ha lavorato in un ristorante due stelle Michelin a Imola prima di arrivare a New York. «Intanto dovreste vedere come è bravo a chiudere i culurgiones – sottolinea con orgoglio Claudio –. In ogni caso lui è praticamente uno dei nostri, perché i suoi piatti rappresentano sempre un vero tributo della sua passione per la cucina sarda». Claudio e Rossana a New York hanno avuto i loro due figli, Giorgia di 15 anni e Bruno di 12. Il legame con l’isola è sempre fortissimo. «L’amore per la nostra Sardegna è infinito – ammettono –. Qui al Doc Wine bar abbiamo costruito un piccolo angolo della nostra terra, con tappeti e maschere del carnevale barbaricino alle pareti, e altre cose che ci ricordano l’isola. Quando ci riuniamo con gli amici sardi tiriamo fuori il mirto che accompagniamo con carasau e formaggi. Un modo per viaggiare sino a casa con la mente e i ricordi». 

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