La Nuova Sardegna

L'intervista

Franco Branciaroli: «Shakespeare è un poeta gigante ma in italiano non si percepisce»

di Alessandro Pirina
Franco Branciaroli: «Shakespeare è un poeta gigante ma in italiano non si percepisce»

Il grande attore a Sassari e Cagliari con “Il mercante di Venezia”

22 aprile 2024
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Un gigante del teatro chiude le stagioni di prosa di Sassari e Cagliari. Il sipario cala su un capolavoro del teatro elisabettiano qual è “Il mercante di Venezia” di William Shakespeare, con uno strepitoso Franco Branciaroli nel ruolo dell'ebreo Shylock, costretto a subire ingiurie e soprusi, che inventa una sottile e crudele forma di vendetta per punire i suoi nemici, accanto a Piergiorgio Fasolo e Francesco Migliaccio e con Emanuele Fortunati, Stefano Scandaletti, Lorenzo Guadalupi, Giulio Cancelli, Valentina Violo, Dalila Reas, Mauro Malinverno e Mersila Sokoli, per la regia di Paolo Valerio Appuntamento oggi al Comunale di Sassari e da domani a domenica al Massimo di Cagliari, il tutto sotto le insegne del Cedac.

Branciaroli, “Il mercante di Venezia” è un classico, messo in scena migliaia di volte. Qual è l’aspetto che più la colpisce di questo capolavoro di Shakespeare?

«Più che colpito la cosa che mi ha interessato di più è farlo in una maniera più forte di quella solita. Io ho avuto la fortuna di conoscere Harold Bloom, il più grande critico letterario di sempre. Poco tempo fa in Italia è uscito un suo libro in cui esaminava tutti i testi di Shakespeare, tranne uno. Appunto “Il mercante di Venezia”. Attraverso amici americani mi sono procurato delle lezioni di Bloom in cui è saltato fuori che lui da questa opera si sentiva ferito. Bloom, che era ebreo, diceva che Shakespeare era la cosa più importante della sua vita, ma in quel testo offendeva la sua appartenenza costringendo l’ebreo a farsi cristiano».

Nell’opera c’è davvero un sentimento antisemita?

«Oggi questo aspetto passa un po’ inosservato perché le platee sono laiche. Oggi il pubblico non ha più fede di alcun tipo. Ma se il pubblico si vuole divertire in senso teatrale deve sforzarsi di essere antisemita. Se sei neutro non capisci bene questa vicenda, non proverai né dolore né rabbia. Bloom diceva: “Shakespeare è l’uomo dell’eternità ma con questo testo è stato solo un uomo del suo tempo”. Ed è vero, perché il pubblico elisabettiano era molto antisemita. Vedendo questo allora l’interpretazione stessa cambia».

In che senso?

«In genere Shylock viene rappresentato chiedendo già al pubblico una certa alleanza, ma lui non è un perseguitato né un usuraio. È un uomo del danaro, perché agli ebrei costretti sempre a scappare l’unica cosa che restava erano i soldi. È un uomo forte, violento, che insulta i cristiani tranquillamente. Questa visione permette una interpretazione molto diversa, più violenta».

Lei ha portato tante volte Shakespeare in scena, sia come regista che come attore. C’è un tratto comune alle sue opere così apparentemente diverse?

«Per noi il tratto comune è che non si può fare, anche se noi lo facciamo lo stesso. Shakespeare non è un grandissimo drammaturgo, tra gli elisabettiani ce n’erano anche di più bravi. Ma è un poeta gigantesco, certe volte i suoi personaggi dicono cose e parlano del mondo in una maniera che va oltre la forma del testo in cui stanno. Amleto è più grande del testo, della forma drammaturgica in cui è contenuto. O Macbeth, che non fa monologhi, bensì soliloqui, che sono la pretesa di una roba interiore e nel momento in cui le esprimi ti indebolisci. Macbeth dovrebbe essere la cosa più spaventosa di tutte, ma non fa paura per niente. Perché non hai la sua lingua e resta solo la trama. Se metti a confronto il testo in inglese e in italiano è come una cascata che dall’alto viene giù verso il basso e si disperde».

Che effetto fa essere considerato uno dei grandi del teatro?

«Il teatro aveva una caratteristica: era una carriera. Se fai il cinema, magari fai qualche film e poi scompari. Il teatro era - adesso non lo è più - carriera. Come il dirigente che non torna più a fare l’impiegato. Così capitava a teatro se avevi la fortuna di diventate primattore entro i 30 anni. Altrimenti non lo diventavi. A meno che non fossi Mastroianni che decideva di fare teatro a 60 anni».

Ha mai pensato di smettere?

«La cosa bella di questo mestiere è che sono vecchio e lavoro. Si smette per malattia o disgrazia. Io ora sono qui sdraiato sul letto in albergo che leggo e so che stasera come tutte le sere ho appuntamento con qualche centinaio di persone. È un mestiere che non puoi lasciare, non ce le fai. Il solo limite è la salute».

Il cinema è sempre stato una seconda scelta nella sua carriera?

«Non sono bravo al cinema, non ho la faccia giusta. E siccome avevo già raggiunto di essere il primo del villaggio a teatro ho scelto di restare lì».

Ma Tinto Brass l’ha voluta in molti suoi film. Da “La chiave” a “Miranda”.

«Era una fissa la sua. Ne ho fatti cinque con lui. E mi sono divertito molto».

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