La Nuova Sardegna

Storia

La più antica cronaca del Medioevo sardo è in logudorese

di Luciano Piras
La più antica cronaca del Medioevo sardo è in logudorese

Scoperta da Patrizia Serra: risale circa al 1250

07 maggio 2024
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“In Dei nomine Amen. Pro qui es cosa laudabile et plaquente a Deu et a su mundu tener memoria de sas cosas antiguas et maxime de sos sabios, virtuosos et prudentes homines… ”. (“Nel nome di Dio. Così sia. Poiché è cosa lodevole e gradita a Dio e al mondo conservare la memoria dei fatti antichi e soprattutto degli uomini saggi, virtuosi e prudenti… ”). Comincia così il Libellus Judicum Turritanorum, la più antica cronaca del medioevo sardo finora conosciuta. Di autore anonimo, il testo risale alla seconda metà del XIII secolo ed è scritto in sardo logudorese. Racconta le vicende e ripercorre la genealogia dei giudici di Torres lungo un arco temporale di circa due secoli: dal primo giudice, un certo Andrea Tanca (tanto leggendario quanto ignoto alle fonti storiche), fino al 1259, anno di morte della giudicessa Adelasia, ultima esponente del giudicato di Torres. Un documento alquanto prezioso, dunque. A riportarlo alla luce e a proporlo all’attenzione del pubblico, è ora Patrizia Serra, professoressa ordinaria di Filologia e Linguistica romanza all’università di Cagliari, che ha appena dato alle stampe l’edizione critica della cronaca, “Il Libellus Judicum Turritanorum”, appunto (uscito per i tipi del Centro di studi filologici sardi / Edizioni della Torre).

Traduzione a fronte, il volume apre con una introduzione che analizza il testo dal punto di vista storico e linguistico. È corredato da un glossario e dagli indici toponomastico e onomastico. Riporta entrambe le redazioni del Libellus pervenute fino ad oggi. Da una parte, un rifacimento di epoca spagnola, tràdito da una copia cartacea intitolata Fondagues de Sardina, eseguita da un archivista piemontese presumibilmente nel XVIII secolo e custodita presso l’Archivio di Stato di Torino. Dall’altro, una attestazione certamente più vicina alla redazione primitiva in sardo, costituita da una copia parziale del Libellus realizzata nel 1580 e conservata in un atto notarile, non più reperibile, redatto a Madrid e in seguito custodito nell’Archivio privato della famiglia Amat di San Filippo di Cagliari. Al testo originale - in “prisca lingua Sarda” - databile alla seconda metà del secolo XIII e oggi perduto, fa riferimento lo storico Giovanni Francesco Fara, che, ancora nell’ultimo quarto del Cinquecento, lo cita fra le fonti del secondo libro del De rebus Sardois definendolo «parvo Turritanorum iudicum manuscripto libello ab incerto authore prisca lingua Sarda».

Sassarese, attenta studiosa della letteratura medioevale francese, in particolare di testi enciclopedici in area francese e italiana, Patrizia Serra è già nota per i suoi studi sui primi documenti della lingua sarda (Carta di Nicita, Condaghes). Fra le sue pubblicazioni, le edizioni critiche del Condaxi Cabrevadu (2006), in sardo, e del Guillaume d’Angleterre (2018) in antico francese. Stavolta si concentra sul Libellus Judicum Turritanorum, un viaggio nella storia a partire da Mariano I, figiu di Andrea Tanca, per chiudere con Adelasia. Attraverso la variegata serie di “ritratti” dei giudici di Torres, la cronaca fornisce non soltanto un vivido quadro delle complesse vicende del Cabu de Logudoro, ma investe anche il nodo cruciale delle origini e della legittimazione del potere giudicale e dei rapporti politici con la Santa Sede e con i potentati della Penisola.

Secondo l’anonimo autore del Libellus, Tanca sarebbe stato eletto dae sa Santa Ecclesia Romana - che risultava già in possesso del giudicato - a requesta de sos Prelados et Lieros (alto clero e nobili) de su dictu Cabu de Logudoro. Il movente principale nella stesura del Libellus sarebbe dunque l’interesse della Chiesa (che a suo tempo non era riuscita ad imporre ad Adelasia, già vedova di Ubaldo Visconti giudice di Gallura, le nozze con un personaggio gradito alla Santa Sede) nei confronti del giudicato, passato invece nelle mani di Enzo di Hohenstaufen, figlio naturale di Federico II che, appena 16enne, aveva sposato nel 1238 la ben più matura Adelasia.

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