Brunori Sas in Sardegna: «Adesso raccolgo i frutti di un lungo percorso»
Il cantautore in concerto domenica 3 agosto ad Alghero per il festival Abbabula: «Uso l’ironia per arrivare anche ai più giovani»
Prima era l’idolo degli ascoltatori più attenti, ora Brunori Sas torna in Sardegna da star del grande pubblico. Il cantautore calabrese è tra gli artisti che hanno avuto più successo dall’ultimo Sanremo, e salirà sul palco dell’anfiteatro “Ivan Graziani” di Alghero domenica 3 agosto per il festival Abbabula.
Questo tour ha un sapore diverso dagli altri?
«Mi sembra un momento di raccolta dopo una lunga semina. Non solo dal punto di vista di pubblico e numeri, ma anche per un certo tipo di affetto per quello che abbiamo fatto negli anni, mi fa piacere. Poi la squadra di musicisti e tecnici ormai è una famiglia, sembriamo una carovana circense. Da parte del pubblico vedo il desiderio di riunirsi attorno alle canzoni, più che a me e basta».
Riuscire a farcela venendo da una zona di confine, di periferia, vale il doppio?
«Secondo me periferia, confine, provincia, sono una condizione di svantaggio pratico e artisticamente un vantaggio. Creano il desiderio di rivalsa, per cui sviluppi un certo tipo di creatività. Io sono un fautore della noia provinciale – anche quella si sta perdendo – e penso abbia fatto molto per noi. Ti dà il desiderio di farti notare e scappare».
La voglia di emergere è più forte?
«Dà la fame di mostrare che anche noi abbiamo qualcosa da dire. Se fossi nato a Milano non so se sarei diventato musicista, per me la musica era una necessità di creare mondi alternativi, data dal fatto che il mondo attorno non mi piaceva. Ora, in un momento storico sempre più omologato, la fortuna di vivere in terre anche da noi criticate ci fa mantenere un appiglio, un desiderio di peculiarità che poi risulta interessante dal punto di vista artistico».
Si pone il problema di arrivare alle nuove generazioni?
«Non il problema. Un qualsiasi autore quando scrive deve avere la consapevolezza che ha un pubblico, sarebbe sciocco non pensarlo. Però un certo tipo di attitudine prescinde dall’età. Spesso scherzo sul fatto che i giovani che mi seguono sono evidentemente geriatrici dentro (ride, ndr). Nel mondo contemporaneo mi salva l’ironia, i ragazzi mi percepiscono più leggero, non come la figura del cantautore lontano e giudicante. Chiaro, mi fa piacere arrivare a loro, è un test per capire se quello che canto può parlare ad altre esistenze. Poi dico sempre che ho bisogno di vedere più bambini tra il pubblico ma perché saranno la mia pensione, è un fatto di vecchiaia garantita (ride)».
In tour riesce a scrivere?
«Non molto, questi periodi sono ottimi per appuntare intuizioni. Mi capita di scrivere un verso sul taccuino o registrarlo sul cellulare. In questi periodi sono poco concentrato sulla scrittura e va bene: perché quando voglio scrivere mi escono cose pessime, quando sono preso da altro escono fuori cose interessanti».
Che ascolti fa tra un concerto e l’altro?
«Sto ascoltando molto l’ultimo album di Giovanni Truppi, poi Francesco Di Bella, Giorgio Poi. E i podcast, nei viaggi mi intrippo con la geopolitica e i casi di crimine».
In un’intervista tempo fa diceva di voler mettere da parte la malinconia, da poco anche Sorrentino ha detto una cosa simile. Ora come se la passa?
«La malinconia torna sempre. Poi io sono malinconico del futuro: mi proietto nelle cose che so che succederanno e per le quali sarò malinconico. Me la vivo male già da adesso (ride) Ma in realtà in quell’occasione volevo dire nostalgia. Non sono più nostalgico. Ma malinconico sì, lo rimarrò per sempre».
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