Vulcani sottomarini, il più pericoloso è il gigante Marsili
Nelle stessa “catena” il Magnaghi e il Vavilov Sono loro i più vicini alle coste dell’isola
Il vulcano sottomarino più vicino alla Sardegna è il Quirino, a circa 30 chilometri a sud di Capo Sperone, la punta meridionale dell’isola di Sant’Antioco. Dal “piccolo” edificio vulcanico sommerso al largo dell’isola, però, non c’è nulla da temere: secondo i geologi i suoi ultimi segni di vita risalgono a circa 20 milioni di anni fa. Un intervallo di tempo che permette di considerarlo definitivamente spento e di lasciarlo riposare serenamente nelle profondità del Canale di Sardegna senza troppi problemi. Il vero spauracchio sottomarino è un altro, molto più lontano, decisamente grande e assolutamente più attivo. Sommerso nel Tirreno meridionale, più vicino alla Sicilia e alla Calabria c’è il gigante Marsili: 70 chilometri di lunghezza e 30 di larghezza, con una superficie di 2100 chilometri quadrati è uno dei vulcani più estesi d'Europa. Si parla di un gigante sommerso delle dimensioni dell’Etna che si eleva per circa 3mila metri dal fondo marino, raggiungendo con la sommità la quota di circa 450 metri al di sotto della superficie del mar Tirreno.
Gli scienziati e gli esperti del Cnr lo hanno classificato come potenzialmente pericoloso perché in grado di innescare un maremoto. Se il Marsili è lontano, non lo sono altrettanto gli altri vulcani sottomarini del temibile Arco Eoliano che, nonostante il nome, sono più vicini alle coste della Sardegna che a quelle delle Isola Eolie. Il primo dirimpettaio è il Magnaghi è considerato inattivo anche se iscritto all’elenco dei “vulcani potenzialmente pericolosi del Tirreno”. Il fatto che sia inattivo è una fortuna dato che si tratta di un vulcano sottomarino alto circa 1600 metri ed esteso per 30 chilometri. A est del Magnaghi c’è invece il Vavilov, un altro colosso esteso per 33 chilometri in lunghezza e 17 in larghezza che si eleva per circa 2700 metri dal fondale marino raggiungendo con la sua sommità la quota di circa 730 metri sotto la superficie del mare. Capovolgendo la misurazione e aggiungendo che il Vavilov ha due versanti asimmetrici, ne viene fuori che la sua base poggia su uno dei fondali più alti del Mediterraneo, a circa 3500 metri di profondità. Considerata la quasi contemporaneità con il Magnaghi, la sua origine risale tra i 6-7 e i 2 milioni di anni fa, anche il Vavilov è considerato inattivo.
Nella stessa “catena” dell’Arco Eoliano ci sono anche l’Eolo, l’Enarete, il Sisifo, il Palinuro l’Alcione, il Lamentini oltre chiaramente agli emersi Panarea, Stromboli, Vulcano e Lipari. In questo caso, escludendo quelli emersi, si tratta quasi sempre di vulcani attivi. Il più pericolo dovrebbe essere il Palinuro che, con la sua attività, il 31 maggio del 2012 aveva spaventato gli abitanti del Cilento dove erano stati registrati gli effetti di “una transitoria ripresa di attività del vulcano Palinuro, con scosse oltre i 3 gradi della scala Richter”. Sempre al Palinuro gli storici hanno attribuito la distruzione della città di Paestum. Sono considerati attivi, anche se in alcuni casi solo dal punto di vista idrotermale, i più in vista sono l’Alcione, geologicamente attivo ma non in stat9o di eruzione continua, e i monti Lamentini, considerati geologicamente attivi mentre il Sisifo è considerato “quiescente”.
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