La Nuova Sardegna

L’intervista

Valerio Scanu: «Io sono libero, non antipatico. Ma a Sanremo non mi prenderebbero più»

di Francesco Zizi
Valerio Scanu: «Io sono libero, non antipatico. Ma a Sanremo non mi prenderebbero più»

Il cantante si racconta: «Intorno a me vedo troppi pregiudizi». E poi: «Vedo tanti artisti costruiti a tavolino, il mercato prevale sulla musica»

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Sassari Da bambino che cantava per gioco la colonna sonora di Titanic a vincitore del Festival di Sanremo, passando per pianobar, piazze e la vetrina di Amici. Valerio Scanu, nato alla Maddalena nel 1990, ha attraversato la musica italiana con la determinazione di chi non ha mai voluto seguire scorciatoie. Oggi si definisce libero, lontano dalle logiche dei manager “divi” e dai falsi miti del mercato, e continua a portare avanti il proprio percorso con la stessa schiettezza che lo accompagna da sempre.

Scanu, qual è stato il suo primo approccio con la musica e con il palco?

«È successo a otto anni. Mio padre doveva fare delle prove con un suo amico e in quel periodo era in voga il brano di Céline Dion del Titanic, di cui ero pazzo. Non c’era Spotify, non c’era streaming. Non avevamo il cd, ma avevamo la base: non mi piaceva come la cantava il suo amico e ho provato a interpretarla io. Dopo due giorni ero già sul palco a cantarla. Poi, col tempo, è diventata una professione: prima pianobar, poi concerti nelle piazze. A diciotto anni è arrivato Amici e sono andato via di casa».

Nel 2010 la vittoria al Festival di Sanremo: che cosa ha significato allora e cosa significa oggi?

«Con la maturità di adesso la considero una botta emotiva sobria. Sono rimasto con i piedi per terra. All’epoca mi accusavano di non avere fatto gavetta, ma io venivo da dieci anni di gavetta. Dal punto di vista tecnico ero sicuro, quello che mi spaventava era solo l’aspetto emotivo, perché l’esperienza sul palco non mi mancava. Oggi, paradossalmente, non ci sono più neppure quelle accuse: ci sono artisti costruiti a tavolino, senza preparazione tecnica».

Tornerebbe a Sanremo?

«Ci penso spesso, ma credo che non mi prenderebbero. Non c’è spazio per chi fa la musica che faccio io. Io ho una storia diversa, e per un direttore artistico sarebbe una responsabilità prendermi: intorno a me ci sono ancora tanti pregiudizi».

Finti sold out, manager esigenti e artisti che se non fanno uno stadio sembra non esistano. Non pensa che l’attuale industria musicale sia destinata a collassare?

«Sono cose che esistono da sempre, solo che oggi si è arrivati all’esasperazione. Non serve portare tutti a San Siro, non è quello il metro del successo o della bravura. Il problema è anche che molto spesso sono più “dive” i manager che gli artisti e li spingono dove non possono e bruciandoli».

Oggi il Valerio Scanu artista come si definirebbe? «Oggi sono libero, e lo sono da tanti anni. Faccio concerti, non tantissimi, e mi affido a diversi promoter di zona. In Italia li ho trovati, ma non in Sardegna. L’ultimo nell’isola mi disse: “Non piaci, quando ti proponiamo rispondono che sei bravo a cantare ma sei antipatico”. Io so di avere un carattere particolare, ma sono trasparente, vero, educato. Non offendo nessuno. Mi piacerebbe avere un collaboratore nell’isola».

Quindi è vero quello che si dice, che lei è antipatico.

«Non è vero. Si dice anche che me la tiri, che non faccia autografi. Ma io nei miei concerti sto più tempo a firmare e fare foto che sul palco. Mia Martini diceva: dopo che muori diventi bravo. Io spero che quando accadrà e qualcuno dirà “era bravissimo”, beh…se dovesse succedere io li perseguiterò dall’oltretomba (ride, ndr)»

Qualcuno l’ha accusata persino di rinnegare le origini sarde.

«Non ho mai rinnegato la mia terra. Solo perché ho studiato dizione hanno pensato questo. Ma non è così. Ora sto a Roma ma in Sardegna torno spesso, anche di recente. Mi manca il tempo ma capita che torni. Quest’anno ci ho passato quattro giorni di vacanza purtroppo».

Come giudica l’attuale panorama musicale?

«Oggi il mercato dell’attenzione ha preso il posto della musica. La musica non ha più lo spazio che merita. In Sicilia, a una mia ospitata, ho cantato mezz’ora con ballerini sul palco. I giorni dopo non si parlava della mia voce, ma dei pantaloni artigianali fatti all’uncinetto da un artigiano siciliano. Alcuni ci hanno visto volgarità dove non c’era. Io vado avanti e me ne frego abbastanza».

Che cosa la sostiene nei momenti più difficili?

«Un mio musicista, dopo un concerto in cui avevo ringraziato i collaboratori e mi ero commosso, mi ha chiesto come facessi a sopportare tutto quello che viene detto su di me. Io credo che se da piccolo vivi cose brutte, come lutti e traumi, allora il resto diventa sopportabile. Alla fine, queste sono solo cose semplici da affrontare».

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