Don Backy: «Prima il successo, poi escluso da tutto. Pace con Adriano? Chiedetelo a lui»
Il grande cantautore pisano si racconta: dall’ingresso nel Clan Celentano alla clamorosa rottura «Me l’avevano fatta troppo grossa»
Il suo nome è legato a capolavori della musica italiana, brani senza tempo che a distanza di decenni hanno trovato il loro posto nella teca dell’immortalità: “L’immensità”, “Pregherò”, “Poesia”. Ma nella sua carriera Don Backy, all’anagrafe Aldo Caponi, classe 1939, è anche tanto altro. Attore innanzitutto, diretto da maghi della cinepresa come Lizzani e Bertolucci, ma anche scrittore - fu tra i primi cantautori a scrivere un romanzo - e fumettista: la sua ultima favola musicale a fumetti, “Sognando”, edita dalle edizioni Lavinia Dickinson e dedicata ai bambini di Gaza, è appena uscita.
Don, da bambino cosa sognava?
«Quando ero bambino c’era poco da sognare, c’era la guerra. Soltanto bombe e paura. I tedeschi avevano la loro postazione a casa mia, in provincia di Napoli. Non c’era il tempo per sognare».
Il primo ricordo musicale?
«Vivendo per quasi dieci anni a Castellammare di Stabia ho sempre percepito la musica molto intensamente. Ascoltavo le canzoni e le cantavo tutte. Ascoltavo Sanremo alla radio con mia madre e mia sorella, erano i primi festival. Poi a 11 anni chiesi di comprarmi la prima chitarra».
Fu accontentato?
«Sì, ma sbagliarono e mi presero una di quelle finte, con le corde di ferro tutte uguali. La prima vera chitarra la comprai a Pisa, quando tornammo a vivere a casa, in Toscana. Avevo visto un film, “Senza tregua il rock’n roll” e mi aveva catturato. Allora andai sul lungarno e con i pochi soldini risparmiati, 6mila lire, mi comprai una chitarra a plettro».
Cosa è stato per lei il rock’n roll?
«È stata la chiave di volta della mia vita. Finalmente un genere per noi giovani, fino ad allora abituati a “Buongiorno tristezza” e “Avvinti come l’edera”. Il mio paese, Santa Croce sull’Arno, non era Milano e cantavo di nascosto. La domenica andavo a ballare, c’era un gruppo, i Golden boys, e mi facevano cantare. Inventavo le parole e mi esibivo in “Tutti frutti” o “Be bop a lula”. Fu allora che scrissi la mia prima canzone, “La storia di Frankie Ballan”, una ballata che raccontava una storia vera».
L’incontro con Adriano Celentano fu la svolta della sua carriera: come era il Clan?
«Alla luce dei fatti, è stata una grande idea di Adriano per costruire il basamento della sua statua. Noi eravamo operai che lo aiutavamo a costruire il mito. Io gli mandai il mio primo disco e mi prese: aveva intuito che avrei potuto lavorare in maniera proficua».
Aldo Caponi diventa Don Backy: come nasce il nome?
«Dovevo incidere il primo disco per il Clan, eravamo tutti riuniti in albergo, dove mi ero trasferito dopo un mese passato a casa di Adriano, perché ai tempi soldi non ne avevo. Fu lui il primo a proporre Cocco Bacillo, per il Cocco Bill di Jacovitti e perché avevo spesso un raffreddore da fieno. In questa lunga riunione vennero fuori Cocco Baci, Daniele Baci, Dan Baci. E alla fine Don Backy per Don Everly degli Everly brothers».
Uno dei suoi primi grandi successi è stato “Pregherò”, versione italiana di “Stand by me” cantata da Adriano.
«Vivevo in albergo, ero molto triste, una notte mi svegliai e scrissi questo testo che in realtà avrebbe dovuto scrivere Miki Del Prete. Diedi la canzone a Ricky Gianco, era lui che avrebbe dovuto cantarla, e fece un provino ottimo. Arrivò Adriano e Ricky gliela fece sentire. Adriano sbiancò: “questa canzone venderà un milione di copie”. E cosa fece il furbacchione? La cantò una sera alla Bussola durante il suo tour, poi disse: “questa canzone la inciderà Gianco a settembre”. E giù fischi: “no, incidila tu”. Così per tutto il tour, finché un giorno non disse a Ricky: “falla incidere a me, ti prometto che ti lancerò in maniera stratosferica”. Finì che lui si tenne “Pregherò” e io scrissi “Tu vedrai” per Ricky e fu un successo anche per lui».
Nel 1968 la rottura con Celentano sulle royalties di “Casa bianca” e l’uscita dal Clan: vi siete mai più visti o sentiti?
«L’ultima volta nel 1974 quando venne in tribunale per firmare la transazione. Rischiava molto e decisi di ritirare la querela».
A distanza di tanti anni le piacerebbe siglare una pace?
«Io continuo a ricevere proposte di questo tipo, ma proviamo a chiederlo a lui. Io non ho il potere di decidere e non mi interessa. La mia unica soddisfazione è averlo liberato da veri guai con quella transazione. Non ho niente da perdonargli o farmi perdonare. Se vuole ci possiamo incontrare da soli, anche sul cucuzzolo di una montagna».
In quegli anni anche il cinema si accorge di lei: Carlo Lizzani la sceglie per il ruolo di Miguel Atienza in “Barbagia”.
«In Sardegna sono stato come un papa. Ero reduce dal terzo posto a Sanremo insieme a Milva con “Un sorriso” e al teatro Verdi di Sassari fu un tripudio. Da allora sono legatissimo alla Sardegna, ho tanti amici, come Lucio Tunis. A dicembre dovrei tornare a esibirmi a uno dei suoi eventi a Cagliari».
Che ricordi ha del set?
«Mi viene in mente una scena pericolosissima girata a Olbia dove io e Terence Hill dovevamo inscenare la fuga dal carcere. Dovevamo scalare la parete verticale di una castello e siamo riusciti ad arrivare fino in cima. Tutto senza controfigura».
A un certo punto si allontana dalle scene musicali: scelta sua o di altri?
«Io non ho mai lasciato, ho continuato a produrre una quindicina di album, ma non ho mai avuto la promozione necessaria per lanciare una canzone. Mai neanche a Sanremo...».
Perché secondo lei?
«C’era sicuramente una volontà contraria. Siccome la forza vale più della bontà, qualcuno deve avere detto qualche parolina laddove serviva e sono stato escluso un po’ da tutto. Non mi invitano neanche nelle trasmissioni serali dove vanno tutti».
Sanremo mai più tentato?
«Da quando, nel 1973, fu bocciata una canzone come “Sognando” decisi che non avrei più guardato il festival. E infatti non lo guardo dal 1972».
Ha un rimpianto?
«Forse l’unico è non avere insistito una volta di più con Adriano prima di andare dall’avvocato. Ma la cattiveria che mi fecero per “Casa bianca” era troppo grossa, non potevo fare finta di nulla: la canzone era mia e mi fu fatta perdere per vendetta».
