Crans-Montana, quando la notte smette di essere leggera
Dal divertimento alla morte: erano ragazzi come noi, tutti noi potevamo essere lì
Non è facile scrivere della tragedia di Crans-Montana senza scivolare nei dettagli, nei numeri, nelle responsabilità già analizzate. È già stato detto tutto. Ma resta qualcosa che sfugge alle cronache: il silenzio che arriva dopo, quello che riguarda noi, che potremmo essere stati lì. Erano ragazzi come noi. Coetanei, o quasi. Persone che avevano fatto una cosa normale: uscire la sera, ballare, stare insieme. È questo che rende tutto così destabilizzante. Non si tratta di un gesto estremo, di una scelta al limite. Si tratta di una normalità improvvisamente spezzata.
Quando si parla di discoteche, di feste, di notti che finiscono all’alba, il racconto pubblico è spesso diviso in due estremi: da una parte il divertimento spensierato, dall’altra il giudizio morale. Ma chi vive davvero quelle notti sa che stanno nel mezzo. E che, a volte, insieme alla musica e alle risate, si insinua anche una domanda mai del tutto esplicita: sono al sicuro? Anche qui, lontano dalle Alpi svizzere, nella provincia di Sassari, le serate in discoteca fanno parte del nostro modo di stare insieme. D’estate soprattutto, quando tutto sembra più leggero, quando il caldo abbassa le difese e le spiagge si trasformano in parcheggi improvvisati prima di entrare nei locali. Si va in gruppo, quasi sempre. Non per paura, ma per abitudine. Perché è così che funziona: ci si controlla a vicenda, ci si aspetta, ci si perde e ci si ritrova sotto una cassa. Eppure, se siamo onesti, quella sensazione di sicurezza assoluta non esiste. Non del tutto. C’è il momento in cui il locale è troppo pieno e si fa fatica a muoversi. Quello in cui qualcuno spinge, non per cattiveria ma perché lo spazio manca. Quello in cui si cerca un’uscita e non è così evidente. Piccole cose, che normalmente archiviamo come parte del caos della notte.
Finché non succede qualcosa, altrove, e allora quelle immagini tornano, improvvisamente più pesanti. La tragedia di Crans-Montana ci costringe a fare un esercizio scomodo: immedesimarci. Immaginare l’attesa prima di entrare, la musica che vibra nel petto, i messaggi sul telefono per dire “sono arrivato”. E poi provare a pensare a quel momento in cui qualcosa cambia, in cui la festa smette di essere una festa. È un pensiero che spaventa perché non riguarda “gli altri”, riguarda possibilità che conosciamo. Non scriviamo questo per dire che le discoteche non sono sicure, né per alimentare paure. Scriviamo perché forse abbiamo normalizzato troppo l’idea che il rischio sia parte del divertimento. Che stare stretti, spingere, ignorare un campanello d’allarme sia solo “come vanno le cose”. Ma non dovrebbe esserlo. Mai. Per noi che viviamo in una realtà più piccola come quella sassarese, dove spesso ci si conosce tutti, il senso di protezione è persino maggiore. “Tanto è un posto tranquillo”, ci diciamo. Ed è vero, quasi sempre. Ma la sicurezza non può basarsi solo sulla familiarità, sulla percezione. Deve essere una responsabilità condivisa: di chi organizza, di chi gestisce, ma anche di chi partecipa. Forse la riflessione più nuova, e più difficile, è questa: non basta chiedersi di chi è la colpa. Dovremmo chiederci che tipo di notti vogliamo vivere. Se vogliamo continuare a chiamare libertà situazioni in cui il margine di controllo è minimo. Se vogliamo spazi di divertimento che siano davvero pensati per chi li vive, non solo per essere riempiti. Le vittime di Crans-Montana non sono un simbolo astratto. Sono un confine. Ci ricordano che il divertimento non dovrebbe mai chiedere in cambio la vita. E che la leggerezza, quella vera, esiste solo dove ci si sente al sicuro senza nemmeno doverselo domandare. Scriverne così, forse, è un modo per non lasciarli solo dentro una notizia destinata a scorrere via. È un modo per portarli, con rispetto, dentro le nostre notti future.
*Valentina frequenta il Liceo musicale Azuni a Sassari