Il dramma in vacanza: la montagna da luogo di gioia a trappola mortale
La tragedia ha spezzato la felicità in un contesto che sembrava immune dal dolore
Ci sono luoghi che associamo istintivamente alla leggerezza, alla gioia condivisa, alla sospensione delle preoccupazioni quotidiane. Crans-Montana è uno di questi: una località che richiama l’idea di festa, di vacanza, di montagna vissuta come spazio di libertà e incontro. È proprio per questo che la tragedia avvenuta qui assume un peso ancora più difficile da sostenere, perché irrompe in un contesto che sembrava protetto, quasi immune dal dolore. La montagna, in quei momenti, non è solo natura ma diventa scenario di vita sociale, di musica, di sorrisi, di corpi che si muovono leggeri. C’è un clima di fiducia diffusa, la convinzione silenziosa che tutto sia sotto controllo, che il divertimento possa scorrere senza ombre. La festa crea una bolla emotiva in cui il rischio sembra lontano, relegato fuori dal perimetro della gioia. Eppure, proprio lì, nel cuore di quella bolla, l’equilibrio si è spezzato. Immedesimarsi in chi era presente significa pensare a quel passaggio brusco e violento: dall’entusiasmo allo smarrimento, dal rumore al silenzio, dalla spensieratezza alla paura. Un attimo prima c’era la normalità di un momento felice, un attimo dopo la consapevolezza che nulla sarebbe stato più uguale. la festa si è trasformata in una ferita difficile da rimarginare. Di fronte a tragedie come questa, parlare di sicurezza non vuol dire cercare spiegazioni semplici o colpe immediate. Vuol dire interrogarsi sul nostro modo di vivere certi luoghi e certi eventi.
La montagna non smette di essere un ambiente complesso solo perché diventa cornice di celebrazione. Anche quando è organizzata, attrezzata, regolata, resta uno spazio che richiede rispetto, attenzione e consapevolezza. La tecnologia e le strutture aiutano, ma non possono sostituire una cultura della responsabilità condivisa. La sicurezza non è un limite al divertimento, ma la sua condizione essenziale. È la capacità di fermarsi, di prevedere, di non lasciarsi trascinare dall’abitudine o dall’euforia. È un atto di cura verso se stessi e verso gli altri, soprattutto quando si è immersi in un contesto di festa, dove tutto sembra più facile e leggero. La tragedia di Crans-Montana ci lascia una domanda aperta e scomoda: come possiamo continuare a celebrare la vita senza dimenticare la sua fragilità? Forse la risposta sta proprio nel ricordare che la festa, per essere davvero tale, deve includere anche il rispetto dei limiti. Solo così luoghi come la montagna potranno tornare a essere spazi di gioia autentica, senza che il dolore irrompa a reclamarne il prezzo più alto.
*Maya frequenta il Liceo Gramsci a Olbia
