La Nuova Sardegna

L’intervista

Gaia De Laurentiis: «Che errore lasciare Target per la Rai. Amo Carloforte, la Costa Smeralda non è per me»

di Alessandro Pirina
Gaia De Laurentiis: «Che errore lasciare Target per la Rai. Amo Carloforte, la Costa Smeralda non è per me»

L’attrice e conduttrice arriva in Sardegna con “Una giornata qualunque”

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Negli anni Novanta era uno dei volti più popolari della televisione. Ogni domenica, in seconda serata, con “Target” entrava nelle case degli italiani. Trent’anni dopo Gaia De Laurentiis ricorda l’epoca tv con un po’ di nostalgia, ma il suo presente, e non da poco, è il teatro. Ed è con la commedia “Una giornata qualunque” di Dario Fo e Franca Rame che l’attrice sbarca in Sardegna sotto le insegne del Cedac: giovedì 29 gennaio ad Arzachena, il 30 a Dorgali, il 31 a Carbonia e il 1° febbraio a San Gavino Monreale. A dirigerla Stefano Artissunch, sul palco con lei insieme al figlio Lorenzo, con musiche della Banda Osiris.

Gaia, lei cosa voleva fare da grande?
«L’attrice, l’ho scoperto a 14 anni. Fino alla maturità ero incerta tra medicina e teatro. Poi ho tentato tre esami per entrare al Piccolo di Milano, è andato tutto bene e di conseguenza ho fatto la mia scelta».

Essendo figlia d’arte, la sua strada era segnata?
«Figlia d’arte sì, ma di musicisti. La mia quotidianità era fatta perlopiù di musica. Ma ricordo quando un giorno, a Roma - ai tempi ero iscritta in Medicina in Svizzera - dissi a mio padre che mi appassionava il teatro e trovai subito il suo appoggio».

Primo spettacolo al Piccolo diretta da Giorgio Strehler. Come era il Maestro?
«Sono entrata in Accademia molto piccola. Certo, sapevo chi era Strehler, ma non avevo contezza di che mostro sacro avessi davanti. Per me era semplicemente un insegnante. Sono stati anni incredibili, affrontati con l’incoscienza e la leggerezza tipiche di quell’età. Dall’altro, però, avevo quella forma di rigidità che possiede solo chi è andato a scuola fino al giorno prima. E dunque, lo studio, l’essere puntuale. I miei colleghi più grandi faticavano più di me. Io mi sono trovata nel posto giusto al momento giusto. Con l’incoscienza di una 17enne facevo le prove alla Scala e il saggio finale all’Opera di Parigi».

Primo film per la tv al fianco di Walter Chiari.
«Pur essendo giovanissima, sapevo bene chi fosse, perché sono cresciuta con tutti i film della grande commedia italiana. Mia mamma mi faceva vedere anche i “telefoni bianchi”. Nonostante avessi un piccolo ruolo, ricordo Walter Chiari come una persona molto deliziosa. Fu impressionante lavorare con lui».

Come arrivò alla conduzione di Target?
«Semplicemente con un provino. Il mio mestiere era il teatro, che ho sempre continuato a fare anche negli anni più intensi della tv. Mi chiamò Gianna Tani, storica casting di Mediaset, e mi presentai a Milano».

Il suo volto divenne uno dei più famosi della tv. Come fu affrontare quella popolarità?
«Fu divertente, bello, ma anche un po’ spiazzante perché mi rendevo conto che il successo del programma era il programma stesso. Io ero la faccia giusta di quel programma, ma per una che aveva fatto l’accademia e aveva quel tipo di disciplina rendermi conto che il successo era dovuto a un buon primo piano, un bel sorriso e una bella dizione mi lasciava un po’ perplessa. Non ho mai avuto la sensazione che fossi chissà chi e questo mi ha permesso di mantenere sempre i piedi per terra».

Perché dopo cinque anni lasciò Target?
«Perché l’autore, Gregorio Paolini, passò in Rai e mi chiese di seguirlo. Il mio agente mi disse di farlo, ma con il senno di poi avrei dovuto rifiutare. Se potessi tornare indietro resterei alla guida di Target. Se fossi rimasta ci sarebbe ancora oggi. Ma ai tempi la tv prometteva cose che non sono state mantenute. Di lì a poco sono iniziati i reality ed è cambiato tutto».

L’altro successo della sua carriera fu “Sei forte maestro”: con Emilio Solfrizzi si percepiva grande sintonia.
«Quella serie è la prova provata che se prendi dei buoni attori - oltre me ed Emilio c’erano Gastone Moschin, Valeria Fabrizi, Emanuela Grimalda - puoi fare una cosa carina per le famiglie. Come è stato anche “Un medico in famiglia”».

Per lei, però, “Un medico in famiglia” è stata un’esperienza amara.
«Fu proprio brutta. Il mio ruolo doveva avere una evoluzione che non ha avuto. Potevano evitare di chiamarmi per fare tre pose. È stato sgradevole. Ma spesso nel nostro ambiente lavorativo si pecca di poco rispetto e umanità».

Il teatro è diverso?
«Dipende da come ti piace instaurare i rapporti. Dal punto di vista umano è uguale. È diverso dal punto di vista adrenalinico. C’è un modo diverso di lavorare: a teatro è buona la prima».

“Una giornata qualunque” è scritta da Dario Fo e Franca Rame. Li ha mai incrociati?
«Purtroppo, no. Questa commedia l’ha portata in scena solo Franca Rame, non era mai stata ripresa in tutti questi decenni. Ci è arrivata tutta una serie di canovacci, Stefano Artissunch ha fatto un grande lavoro di taglia e cuci. È un testo di una modernità estrema, si vede che Fo e Rame ci hanno messo mano negli anni. Si parla di tecnologia, disturbo alimentare, rapporto uomo-donna...».

Chi è Giulia?
«Una donna convinta di essere moderna, emancipata, ma quando finisce il suo matrimonio il mondo le crolla sotto i piedi. Tanto da decidere di suicidarsi. A salvarla sarà la risata. È uno spettacolo comico alla Dario Fo, leggero con un tema drammatico».

Ora arrivate in tournée in Sardegna: il suo legame con l’isola?
«Frequento molto il sud, la Costa Smeralda mi è meno affine. Amo Carloforte. E i sardi, nel vostro carattere mi ci ritrovo».

Rimpianti sul lavoro?
«No».

Un sì di troppo?
«Nemmeno».

Per cosa tornerebbe in tv?
«Per un programma che mi piace, lo stiamo scrivendo, o per uno show come Pechino express, l’ultimo sì che ho detto. Mi faceva paura, ed era anche più faticoso di quanto pensassi. Ma sono felice di averlo fatto».

Dal cinema avrebbe voluto di più?
«Non ho fatto praticamente niente, ma quando le cose accadono o non accadono credo ci sia un concorso di colpa. Si vede che ero focalizzata su altro. Ma davanti spero di avere ancora tanta carriera. E ho un’età che può offrire altre opportunità».

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