Giovanni Licheri: «Con Arbore e Baudo ho fatto la grande tv. Fui io a portare mio padre Santi a Forum»
Lo scenografo, figlio del più famoso giudice televisivo, si racconta: l’amore per Ghilarza e La Maddalena, il sodalizio professionale con la moglie Alida Cappellini, i grandi varietà Rai
Il suo nome, abbinato a quello della moglie, campeggiava nei titoli di apertura dei grandi varietà degli anni ’80 e ’90. Licheri e Cappellini, Giovanni e Alida, marito e moglie, scenografi, hanno firmato i più grandi show della Rai, su tutti quelli di Renzo Arbore e Pippo Baudo. Insomma, sono la storia della tv. Il coccodrillo di Marisa La Nuit, lo studio kitsch di Indietro tutta, il castello della Domenica in di Superpippo sono tutte opere partorite dalla mente, e dalla matita, di Giovanni Licheri, nato a Carrara, cresciuto a Genova, ma sardo per parte di padre - l’indimenticabile Santi, per 25 anni giudice di Forum, di Ghilarza - e di madre - Adelina Cudoni, di Palau.
Licheri, il suo primo ricordo sardo?
«I prosciuttini che papà andava a comprare a Bidonì e che appendeva nella nostra casa di Recco. Tanto che quando uno veniva a trovarci veniva accolto da questo profumo di prosciutto. E il miele che andavamo a prendere ad Aidomaggiore».
La Sardegna è sempre stata presente nella sua vita?
«All’inizio dell’estate ci trasferivamo per tre mesi alla Maddalena. Papà ci accompagnava, poi ci raggiungeva ad agosto. Ai tempi nell’isola c’erano ancora poche strade, ci spostavamo su vecchi leudi. Ma ogni estate trascorrevamo anche 10 giorni a Ghilarza a casa di mio nonno, che in gioventù aveva allevato 9 maschi e tre femmine. Ricordo questa vecchia casa nella piazza della chiesa. Ogni domenica si cucinava il capretto, venivano ospiti a portarci i dolcetti, il cortile con le galline...».
Suo padre aveva iniziato la sua carriera in Sardegna.
«Pretore a Lanusei, si occupava di abigeato, assalti dei banditi alle corriere. Poi da lì lo hanno spostato a Massa, tanto che io sono nato a Carrara. E poi a Genova, dove ha svolto tutta la sua carriera, fino ad andare in pensione».
Per poi arrivare a Forum, dove tra l’altro è stato lei a portarlo.
«Io e Alida lavoravamo a Canale 5 con Maurizio Costanzo. Un giorno, chiacchierando, ci disse che stava cercando un giudice per una nuova trasmissione con Catherine Spaak. Ne aveva già visto uno, ma non lo persuadeva. Io gli dissi: “mio padre sarebbe adattissimo”. Lo volle conoscere. Papà venne a Roma e andammo a pranzo con Costanzo, che mi disse: “voglio lui, convincilo”. Lui non voleva farlo, gli sembrava disdicevole: fu mia moglie a convincerlo. E a Forum è rimasto per 25 anni».
Suo nonno era magistrato, suo padre era il giudice Santi Licheri: lei ha mai pensato di seguire le loro orme?
«Quando facevo la seconda liceo classico mi piaceva disegnare. Ma mio padre mi diceva: quando finirai l’università potrai scegliere se diventare avvocato, notaio o tentare il concorso per magistrato. In terza liceo, però, iniziai ad appassionarmi al teatro. Mi piaceva molto la scenografia. Una sera incontrai Emanuele Luzzati e gli chiesi di lavorare con lui. Per sei mesi ho fatto da aiuto attrezzista negli spettacoli per bambini. Quando Luzzati si accorse che facevo sul serio mi propose di seguirlo a Roma. Io non vedevo l’ora di scappare da Genova e andai nella Capitale, dove conobbi Alida. E sono 50 anni che lavoriamo insieme».
E suo padre come la prese?
«Benissimo. Ancora oggi resto meravigliato della modernità del pensiero di papà. Era nato a Ghilarza nel 1918, cresciuto con 8 fratelli e 3 sorelle, ma era un uomo di grande apertura mentale».
Come avvenne il salto dal teatro alla televisione?
«Il primo periodo lavoravo, oltre che a teatro, per spot pubblicitari. Un giorno eravamo a Cinecittà sul set di una serie con Marisa Laurito e Andy Luotto e come osservatore per la Rai c’era Ugo Porcelli. Vedendoci lavorare, disse a me e ad Alida: “perché non buttate giù un’idea per una trasmissione che deve fare Arbore?”. Era Marisa La Nuit. Facemmo un bozzetto e quando Renzo lo vide disse: “questa è la mia scena”. Da quel momento è nata una amicizia, una stima, una collaborazione che durano tutt’ora».
Cosa è per lei Arbore?
«È il compagno di lavoro che ci ha accompagnati dal 1987 ai giorni nostri giocando, divertendoci e permettendoci di lavorare con i più grandi della tv».
Come Pippo Baudo.
«Con Pippo abbiamo fatto Domenica in, Gran premio, Partita doppia... Il suo era un mondo completamente diverso. Se Renzo era “swinging London”, Pippo era doppiopetto. Da una parte, la tv colorata, inventata di Arbore, dall’altro, quella professionale, scritta dei varietà di Baudo».
Più di recente avete lavorato con Stefano De Martino.
«Per due anni. È stato un rapporto di lavoro molto carino. È stato lui a volerci per “Bar Stella”. Disse: “voglio lo facciate voi, perché vorrei una tv che si porti dietro il mondo di Arbore”. Lui non voleva imitarlo, voleva proprio quel mondo inserito all’interno del bar del padre e del nonno».
Com’è la tv di oggi?
«È meno creativa da un punto di vista visivo, è molto più tecnologica. Oggi, a parte il venerdì che fa Carlo Conti, sono tutti format in arrivo dall’estero. Le scenografie sono spesso grandi schermi con qualche elemento di arredamento. Ma è anche vero che oggi mancano i grandi varietà, sono quasi tutti talk show».
E la Sardegna di oggi?
«Tutte le estati le trascorriamo alla Maddalena, non ne possiamo fare a meno. L’isola è cambiata tanto, ma non perché si sia costruito, ma perché molte persone non ci sono più. Ma la sua bellezza è sempre la stessa».

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