Stefano Massini: «Hitler è morto, le sue parole no: ancora oggi ci devono fare paura»
Il drammaturgo fiorentino nei teatri di Cagliari e Sassari con lo spettacolo sul Mein Kampf
Un libretto, scritto in modo anche banale, senza grandi pretese, che però ha stravolto la storia dell’umanità. Il “Mein Kampf”, il saggio autobiografico con cui Adolf Hitler espose il suo pensiero politico e delineò il programma del Partito nazista, è al centro dello spettacolo di Stefano Massini, uno dei più grandi drammaturghi contemporanei, vincitore nel 2022 di un Tony Award, che, sotto le insegne del Cedac, sarà fino a domenica in scena al Teatro Massimo di Cagliari, mentre il 13 aprile alle 20.30 al Comunale di Sassari.
Massini, come le è venuto in mente di portare in scena uno spettacolo sul Mein Kampf?
«L’idea mi venne una ventina di anni fa quando facevo da assistente alla scuola del Piccolo con Luca Ronconi. Ma la decisione vera e propria è avvenuta a causa di un piccolo incidente. Avevo un pubblicato un mio libro in Germania e ogni volta che sui giornali tedeschi uscivano delle piccole recensioni, accanto, ma ben più grandi, c’erano degli articoli sul tema culturale del momento: ovvero il ritorno sugli scaffali delle librerie del Mein Kampf per decisione del governo di allora».
Il 1° gennaio 2016 era caduto infatti il divieto di pubblicazione e vendita.
«Era stato dato ascolto alla protesta dei grandi intellettuali che lamentavano come il divieto di lettura di questo testo avesse in qualche modo consacrato la sua leggenda. Vietare di leggerlo faceva venire la voglia, il cosiddetto fascino del proibito».
Quando ha letto il testo qual è stato il suo primo giudizio?
«Sicuramente è un testo in cui ti rendi subito conto dei suoi limiti. Chi l’ha scritto era una persona con un profondo problema di personalità, che però aveva intuito qualcosa che ai tempi si era rivelato micidiale e ancora oggi continua ad avere conseguenze. Lui aveva capito di avere davanti praterie se avesse basato la sua politica sulla frustrazione, sulla sconfitta, sullo smarrimento politico che si nutriva di rabbia e paura. Così è nato il nazionalsocialismo. È impressionante come nella Grecia antica gli Isocrate, i Lisia, i Demostene sostenessero pervicacemente la differenza tra un buon politico e un demagogo, tra chi parlava alla pancia e chi alla testa. Lui si appellava al senso di sconfitta, all’orgoglio. E ancora oggi succede così. Pensiamo solo a quanto nel corso del tempo abbiamo dato importanza alla parola empatia. Essere empatici è diventato un requisito fondamentale per fare politica, ma questo è pericolosissimo».
Cosa l’ha colpita del libro?
«La prima cosa è che questo testo, come dimostra lo spettacolo, alterna registri molto diversi. In una parte consistente c’è questo continuo senso di ubriachezza, di ebbrezza. Un fiume di parole che vengono ripetute quasi come un mantra. Dall’altra, è l’esatto opposto. Utilizza un modo banalissimo per costruire le cose. È veramente il paradigma della banalità del male. Gli basta incontrare un ebreo per strada per partorire la teoria della razza».
Che idea si è fatto di Hitler?
«Una persona profondamente disturbata, purtroppo figlia della sua epoca, che era un’epoca fatta di senso di smarrimento e sconfitta. Molto simile alla nostra. Anche oggi c’è questa voglia di tornare a cosa non siamo più. Lo stesso Trump ha usato come slogan “Make America Great Again”. Rendiamo l’America di nuovo grande. Non siamo più grandi e dobbiamo tornare a esserlo: questo è uno degli elementi più forti».
Quanta contemporaneità c’è nel Mein Kampf?
«Io credo che il tema di questa domanda vada sciolto in due parti. Da un lato, è indubbio che c’è una pericolosa tendenza al rigurgito di quella ideologia disperata che porta a seguire quelle idee senza rendersi conto di quali possano essere le conseguenze. Dall’altro, però, questo meccanismo non riguarda solo l’estrema destra. Quando parliamo di empatia come valore essenziale per un politico parliamo di tutti. Obama ha vinto le elezioni su Facebook cercando di essere empatico, grazie alla narrazione del personaggio. Ma chi ha detto che si debba essere personaggi per essere politici?».
Oggi i social sono i nuovi Mein Kampf?
«Quando si parla del nostro imbianchino-pittore si dice sempre che riempiva le piazze. Oggi quelle piazze non esistono più, sono sostituite da piazze di carattere virtuale. Oggi non c’è più il plebiscito a braccio teso, contano i like, le visualizzazioni della massa. Ogni sera trasformo lo spettatore nella parte di una massa teatrale. Noi siamo ossessionati dalla massa».
Esiste un antidoto ai novelli Mein Kampf?
«Senza dubbio è la conoscenza. C’è una ragione per cui io faccio questo spettacolo. È fondamentale conoscere questo testo per rendersi conto di quanto quelle parole abbiano ancora una potenzialità incredibile. Sono parole che hanno forza e devono essere temute. Noi ci siamo illusi che Norimberga avesse chiuso per sempre la loro storia. Era stata proibita la lettura illudendoci che bastasse per chiudere quella pagina. Invece no. Quelle parole esistono ancora e hanno una capacità dirompente di contagiare le persone. Pertanto, è fondamentale conoscere e sapere. Tutto questo riveste una componente di urgenza che io sento fortemente».
