Marcello Fois: «Nel mio libro ho voluto mettere in poesia gli ultimi sms con Michela Murgia»
In libreria la raccolta “Ogni cosa vede noi” (Einaudi), tra le rime il tempo che passa: «Diventare adulti è perdere l’immortalità»
Lo scorrere del tempo è sempre un tema ricco. La penna di Marcello Fois suggerisce quel tempo in cui “Quando crediamo di vedere ogni cosa,/ogni cosa vede noi”. Lo scrittore e intellettuale nuorese torna in libreria, non con un romanzo ma con una raccolta di poesie che si intitola proprio “Ogni cosa vede noi” (Einaudi). Non è la prima volta, ma inevitabilmente la sua è una poesia narrativa. Versi scritti da un narratore per natura.
È la sua terza raccolta poetica, non è più un’eccezione.
«Ne pubblico una almeno ogni otto anni, ho capito di avere questo ritmo. Per me la poesia è una forma di estrema sintesi narrativa».
Quando passa da prosa a verso cambia il modo di pensare la scrittura?
«C’è molta meno distanza in realtà, ho una tendenza narrativa nella poesia e una tendenza lirica nella narrativa».
E lei, Fois, è anche un lettore di poesia?
«Da sempre. Per me il poeta è il personal trainer dello scrittore (ride, ndr). Allena le parole e il narratore le sfrutta».
In “Ogni cosa vede noi” ci sono alcune dediche significative. Michela Murgia, Paolo Fresu, Antonio Marras e Patrizia Sardo, per dirne alcune. Come l’hanno ispirata?
«Quasi in tutti i casi si tratta di testi scritti proprio su commissione per loro. Quella per Paolo è una delle più vecchie della raccolta, per una sua canzone. Quella di Michela però no, è particolare...».
Undici quartine che sembrano un dialogo.
«È una specie di poemetto basato sui nostri sms, quelli del martedì e mercoledì, i due giorni prima che morisse».
“Dunque per me soltanto belle cose/Che finisca in bellezza questa vita/Come una performance futurista/Dal sanatorio al regno delle spose”, recita una quartina. Come ha rielaborato la chat?
«Ho estrapolato alcune frasi e aggiunto dei collegamenti. Era l’ultimo giorno e mezzo di vita, mi raccontava che non poteva più mangiare».
Anche la poesia della copertina c’entra con Murgia, la dedica alla famiglia queer.
«Una specie di piccola canzonetta con terzine dantesche, in endecasillabi e rima incatenata».
Ecco, nella raccolta ci sono testi che stanno dentro strutture metriche precise e altri molto liberi, è una sfida per la sua scrittura?
«In definitiva direi che è più una questione che mi pongo io: fare dei meccanismi senza che sembrino meccanismi. Il bello della poesia è che il campo lo decidi tu, a patto di sapere le regole, certo. Non è solo scrivere andando a capo. I versi sciolti comunque a volte sono più complicati».
Cito un’altra poesia: “L’ombra mi sussurra/che la realtà non esiste./Che esistono la Luce/e Lei.”. Un grande tema dei suoi testi è il limite; le linee di confine nei percorsi, nelle relazioni, con se stessi. È così?
«Il limite di diventare adulti e perdere ormai questa specie di immortalità. Una delle parole-chiave è “ridimensionamento”. Quando capisci di dover investire il tuo tempo in maniera più efficace, che non sia più sprecato inutilmente. Non te lo puoi permettere. Questo è uno dei temi sicuramente».
Com’è cambiata la sua poesia?
«“L’infinito non finire”, la raccolta precedente, era molto più politica. Sullo spreco del territorio, sull’abuso della politica. Invece la prima, ormai uscita vent’anni fa (“L’ultima volta che sono rinato”) era sull’identità. È lo stesso percorso che mi ha portato anche a scrivere “L’immensa distrazione”. Per questo libro ho scartato molti testi, e altri che non pensavo invece ci sono entrati. Le poesie si devono parlare tra loro, e sono arrivato in un momento dove avverto una sorta di melanconia sottesa».
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