Alessandro Bergonzoni: «Oggi assistiamo a un genio-cidio: senza la nostra parte poetica nulla ci fa più paura»
L'attore e drammaturgo a Dorgali, Cagliari e Carbonia con lo spettacolo “Arrivano i Dunque”
L’intervista è di per sé un antipasto dello spettacolo, o per certi versi uno spettacolo a tutti gli effetti. Anche al telefono Alessandro Bergonzoni è come siamo abituati a vederlo (sempre meno) in tv. Il suo stile è fatto di scomposizione e trasformazione delle parole, di significati che cambiano all’interno dello stesso discorso, di giochi di parole che fanno sorridere ma anche molto altro. E da domani quell’antipasto - mi perdonerà l’autore bolognese se non sarò riuscito a riportare il suo pensiero come da lui magistralmente disegnato con le parole - sarà un ricco menù per chi avrà l’opportunità di andarlo a vedere nei teatri dell’isola.
“Arrivano i Dunque / Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca”, di e con Alessandro Bergonzoni, che firma anche le scenografie e – insieme con Riccardo Rodolfi – la regia di un meraviglioso viaggio tra semantica e assonanze, paradossi linguistici e paradigmi della logica – produzione Teatro Carcano sarà oggi, 22 aprile, alle 20.30 all'Auditorium Comunale di Dorgali, giovedì 23 e venerdì 24 alle 20.30 al Teatro Massimo di Cagliari per un duplice appuntamento con Pezzi Unici e infine sabato 25 alle 20.30 al Teatro Centrale di Carbonia sotto le insegne del Cedac.
Bergonzoni, il suo è uno spettacolo sulla parola. Quali parole userebbe per descriverlo?
«Non è proprio sulla parola. Certo, la parola c’è, è presente, ma è il mattone per costruire la casa. Uno non direbbe mai: “ma che bei mattoni!”. Io spero sempre vada all’interno».
E all’interno del suo spettacolo cosa c’è?
«È un lavoro che va sulla surrealtà, sul civile. Molti lo definiscono così, ma è un tema sociale e civile diverso dal solito. Non è teatro di denuncia. Sicuramente è una specie di anatomia sui viventi. Un luogo in cui si parla di permesso di soggiorno, ma non si riesce a ottenerlo. Con tutte quelle persone sedute nei talk show c’è l’obbligo di salotto. Ci sarebbe anche il bagno, ma meglio non andarci, è un bagno di sangue...».
A suo avviso, perché il teatro resiste in un mondo in cui tanto è diventato virtuale?
«Io lo definisco il te-altro, perché è altro da te. E io infatti mi definisco altrista. Lavoro per altro: le mostre, le installazioni sono legate al tema dell’altrui, dell’altrove. Il te-altro ha una r’esistenza con l’apostrofo che prescinde da ogni mezzo sociologico. Io difficilmente sto nei social se non importato da altri. Non ho un lavoro in tv. Il teatro non è né elite né bolla né nicchia. Il teatro esiste e persiste, ma non vi azzardate a dire che resiste. Non c’è alcuna rivoluzione, al massimo è una ri-evoluzione».
Non ha un lavoro in tv ma tutto è partito da lì.
«Pubblicamente la Goggi e Costanzo sono persone che mi hanno dato spazio, ma io avevo già fatto osterie, cantine, cabaret. Forse la mia ultima apparizione in tv è con Enzo Biagi, oltre a qualche tg. In compenso ho fatto tanta Radio 3, tanto Fahrenheit, tanta Radio 1. Non credo mollerò mai la radio».
Al cinema invece solo due film.
«Nel Pinocchio di Benigni ho fatto un piccolo cammeo e lavoravo con un asino. In Quijote di Mimmo Paladino - c’era anche Lucio Dalla - parlavo con una macchina utensile. Diciamo che nelle mie apparizioni cinematografiche non ho mai avuto qualcosa di umano».
Nel 2012 prese parte al V-Day di Grillo che era basato su una sola parola, appunto il vaffanculo.
«Quando Grillo mi diede quella possibilità andai a cuore e ad ali aperte. Mi dissero di tutto, forse volevano sentirsi dire altro. Ma sono felice di avere potuto dire la mia in quella piazza in cui si fanculizzava il potere che aveva preso forme informi».
Quattordici anni dopo cosa è cambiato?
«Sono cambiate le frequenze umane, è mutata la dimensione. È tutto talmente labirintico, oggi in tv e sui social c’è tutto e il contrario di tutto. Io non sono per la censura, ma per la cesura sì. Creiamo dei distinguo. Io sono interessato ad argomenti come la migranza, le carceri, la pace che però non interessano alle parti politiche».
Che idea si è fatto del mondo di oggi?
«Siamo in mano a persone ottuse, psichiatricamente malate. Oggi assistiamo a un genio-cidio, ovvero l’uccisione della parte più poetica che abbiamo in testa. Una volta uccisa quella nulla ci f a più paura, neanche 70mila morti: siamo diventati dei digeritori di qualsiasi cosa».
