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L’intervista

Ivano Michetti: «I Cugini di campagna nascono nella Cappella Sistina. Per noi la Sardegna è la storia drammatica di Jole ed Ettore»

di Alessandro Pirina
Ivano Michetti: «I Cugini di campagna nascono nella Cappella Sistina. Per noi la Sardegna è la storia drammatica di Jole ed Ettore»

Il fondatore dello storico gruppo si racconta: «Quando lessi la tragedia di quei due ragazzini di Sassari scrissi “Preghiera”»

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Look, tutine, falsetto: i Cugini di campagna sono un unicum nel panorama musicale italiano, e non solo. Sono passati 56 anni da quando Ivano Michetti, insieme al gemello Silvano, ha gettato le basi di un gruppo che ancora oggi riempie le piazze ed è richiestissimo in tv. Una storia, quella dei Cugini, che in questi anni è stata più volte accostata a quella dei Maneskin, perché, come Damiano & Co, anche loro, partiti dalla strada, hanno raggiunto i vertici delle classifiche mondiali.

Ivano, ma come nascono i Cugini di campagna?

«Diciamo che la mia storia inizia settant’anni fa. Io sono nato con il mio gemellino a Fontana di Trevi. Come tutti i bambini ero un vero capo: se qualcuno si avvicinava a prendere i soldini dalla fontana erano botte. Un giorno arrivò mio padre e mi disse: “da oggi non esci più e vieni con me”. Lui lavorava vicino al Quirinale e là, a metà della strada, c’era il coro della Cappella Sistina. Ho cominciato a studiare e lì è iniziata la nostra storia».

Dunque, i Cugini di campagna nascono nel coro della Cappella Sistina?

«Sì, perché nel frattempo erano usciti i Beatles, che per me era musica ridicola: se loro avevano tutto quel successo potevo averlo anche io. Così tornai nella cappella e dissi a monsignor Bartolucci: “insegnami tutto della musica”. E lui: “vedo che sei portato, ma al massimo tu potrai diventare direttore d’orchestra”. E a 19 anni lo diventai».

E i Cugini quando arrivano?

«Fu il mio gemellino Silvano a dirmi: “visto che tu conosci così bene la musica perché non formiamo un complesso?”. “Sì ma se fate quello che dico io: devo essere il capo”, fu la mia risposta. Fu in quel momento che nascono i Cugini».

Chi scelse il nome?

«Gianni Meccia, che fu uno dei nostri pigmalioni con Bruno Zambrini e Franco Migliacci. Furono loro a farci partire subito. Facemmo la sigla di “Alto gradimento” con Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. Si chiamava “Il ballo di Peppe”. L’avevano scritta Giancarlo Guardabassi e Fabio Germani, figlio di Ferdinando, organista particolare di Papa Giovanni XXIII».

Il successo, però, non fu immediato.

«Dopo due o tre anni mio padre mi disse: “o canti o conti”. Che voleva dire: se avrai successo canterai, altrimenti dovrai contare i blocchetti di tufo che taglio. Accettai la sfida, ma volevo fare tutto io: parole, musica, arrangiamento. Per sei mesi mi impegnai a cercare qualcosa di originale e inventai questa settima aumentata che è “Anima mia”, una canzone che sembra scritta oggi. La nota è un la, ma l’accordo è un sì bemolle».

Dalida, Abba, Perry Como, Baglioni: la cover preferita?

«Baglioni è stato eccezionale. Anche se in pubblico l’ha cantata una sola volta a Montecarlo nel 1997. All’inizio lui non l’aveva voluta cantare. Dovette intervenire Adriano Aragozzini, perché il principe, che lo aveva voluto ospite, si era arrabbiato».

Grazie ad “Anima mia” negli anni Settanta i Cugini varcarono anche i confini dell’Italia.

«Fu un boom pazzesco. Io non vedevo più mamma e papà. Eravamo sempre in giro per il mondo. Al Madison Square Garden facemmo 7 repliche: gli impresari dell’epoca, quelli ancora vivi, ancora se lo ricordano».

Ma dove nasce il vostro look?

«Se vai alla Cappella Sistina e alzi lo sguardo vedrai la volta michelangiolesca con tutti i colori che abbiamo noi. Stando sempre lì rubai questa idea. Compresa quella di cantare in questo modo. Siamo stati i primi. I Bee Gees all’inizio avevano una voce normale, dopo “La febbre del sabato sera” l’hanno cambiata».

Da allora sempre fedeli a quella immagine.

«Io ero più alto di mio fratello, il bassista più snello, ma io volevo tutti uguali. Così andai da Little Tony, che sapevo si rivolgeva a un calzolaio di piazza Bologna, e gli chiesi un consiglio. Da allora tutti avevamo nelle scarpe un tacco esterno e uno interno. La mia era una fissazione: dovevamo essere uguali».

Ma i Maneskin vi hanno copiato o no?

«Io ho sempre tifato per loro. I Maneskin cantavano a via del Corso e io a Fontana di Trevi, loro chiedevano l’elemosina e io usavo la calamita. Poi un giorno, nel 2021, vidi che usarono la stesse tutina a stelle e strisce che noi avevamo indossato nel 2001 per essere solidali con gli americani dopo le Torri gemelle. Intervenne Striscia, Valerio Staffelli andò da Damiano David e lui: “noi copiavamo le loro canzoni quando eravamo ragazzini, abbiamo deciso di vestirci così, essendo loro morti...”. Non l’avesse mai detto, ho chiamato Staffelli e me lo sono fatto passare: “sono Ivano e te chiamo dall’oltretomba”».

Quanto dovete a Fazio Fazio?

«Ci intercettò a fine anni Ottanta. Lui rimase sconvolto perché, mentre tutti cantavano in playback noi lo facevamo a cappella. Quando fece “Anima mia” con Baglioni ci volle in studio come icone: dovevamo fare tutte le canzoni a cappella. Facemmo anche “Piccolo grande amore”, che a un certo punto trasformammo in “Anima mia”».

 A Sanremo solo nel 2023: perché non è mai successo prima?

«Negli anni Settanta, quando eravamo in classifica, ci chiamavano per andare e noi dicevamo no. Poi, quando negli anni Ottanta il festival è stato rilanciato eravamo noi a chiedere di andare ma loro ci dicevano di no. Ci sono voluti altri trent’anni grazie ad Amadeus, che ci ha visti nella cover di “Zitti e buoni” e ci ha detto: “vi porto a Sanremo”. Pensavo a un premio alla carriera o all’ospedale geriatrico che ci ospita. Invece no: in gara».

Eredi dei Cugini?

«Forse l’unico gruppo che si è avvicinato un po’ a noi sono stati i Collage. Erano bravi, e all’inizio avevano lo stesso paroliere che un tempo scriveva per noi. Quando sentii “Tu mi rubi l’anima” me ne resi subito conto».

Il legame con la Sardegna?

«Concerti, l’ultimo a Gesico. Amici come Lucio Tunis, grande fisarmonicista con cui ci divertiamo come pazzi. Ma la Sardegna è soprattutto una bambina di 15 anni, Jole Ruzzini, che morì di leucemia, e il suo ragazzo, Ettore Angioy, che uscì dall’ospedale di Sassari e si uccise per la disperazione. Io lessi questa notizia sul giornale che ancora conservo. E ancora conservo la lettera che la madre di Jole mi scrisse dopo avere ascoltato la nostra “Preghiera”: “vi ringrazierò per tutta la vita”».

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