Porceddu, strafalcioni in sardo e banali luoghi comuni nei romanzi che raccontano l’isola
“L’amore non basta” di Roberto Costantini: un libro infarcito di orrori linguistici e un’immagine stereotipata degli isolani
Uno spettro si aggira per il mondo editoriale italiano: lo spettro del porceddu. Già al centro anni fa di una memorabile sequenza in un romanzo di Maurizio De Giovanni, la povera bestia, sempre, beninteso, nella sua versione cucinata o cucinabile, è ora al centro di una sequenza ancora più memorabile in “L’amore non basta” di Roberto Costantini (Marsilio, 405 pagine, 19,90 euro). Lo scenario è il seguente: Bruno Loi, erede di una dinastia di sequestratori, è al tavolo di una trattoria «adatta agli incontri riservati» con il giudice Aloisi, uno che da lungo tempo intrallazza con i rapitori per, trattenendo una parte dei soldi dei riscatti, «pagare i pentiti» e «comprare informazioni». Loi vuole compiacere il commensale, e profitta allora del gradimento di quest’ultimo, che sta trovando il «porceddu… ottimo», per «continuare a parlare di cibo» e ammorbidirlo.
Inizia così un passo in cui il criminale illustra al magistrato quanto e perché la preparazione del piatto risulti migliore nella loro zona, la Barbagia, rispetto al Sud dell’isola: e in cinque pagine la parola «porceddu» torna non una, non sei, non otto, ma dodici volte. L’effetto è doppiamente grottesco: da una parte perché almeno nella metà dei casi il termine si poteva con agio omettere o sostituire con un equivalente, e dall’altra perché, va da sé, può immaginare dei sardi che utilizzino tra loro il temine “porceddu” solo qualcuno che non ha mai assistito a una conversazione tra sardi. L’autore, o chi per lui, potrebbe obiettare: ma i due personaggi non rappresentano mica la tipologia del sardo reale, e men che meno di quello ideale: fanno storia a sé, hanno le loro caratteristiche specifiche, e hanno quindi il diritto di servirsi delle parole che vogliono. E qui casca il porceddu. Perché in un contesto diverso per contenuto e scrittura l’argomento avrebbe la sua validità, ma non ce l’ha di certo nel contesto di “L’amore non basta”, che è edificato su un quasi incredibile accumulo di elementi di sardità posticcia e di quarta mano. A uso e consumo di chi?
Ma di quel lettore continentale che condivide con l’autore un immaginario della Sardegna da dépliant di agenzia di viaggi e da stereotipo del più vieto avanspettacolo. Gli esempi si sprecano. Scegliamo dall’ampio ventaglio: il commissario Balistreri, da Roma inviato in Sardegna per - naturalmente - punizione, dopo sei mesi trascorsi a Cagliari si bea della proverbiale «poca loquacità dei sardi», per poi, trasferito per ulteriore punizione a – naturalmente – Nuoro, sentenziare: «Qui il mutismo era parte integrante del contesto, come i malloreddus e le seadas».
Giusto per stare all’ambito culinario: che cosa ha «appena sfornato» Grazia Mulas, moglie del sottoposto di Balistreri, quando il marito porta per la prima volta a casa il commissario? Uvusones (e il termine, facciamo notare, compare 9 volte in 4 pagine). Più avanti, la stessa Grazia sta preparando un pranzo: malloreddus (con salsiccia, viene sottolineato come fosse un imperativo usare ingredienti regionali, «sarda»). E cosa mai cucinerà Annichedda, anziana madre di Bruno Loi, per l’amato nipote Franceschino? Un giorno «culurgiones all’ogliastrina», un altro giorno «sa corda sarda». In sostanza, è come se nella Sardegna del romanzo esistessero solo di quei negozi di prodotti tipici locali a misura di turista che si trovano negli aeroporti. E come mai potranno concludere il pasto a base di un porceddu – e intendiamo proprio ciò che abbiamo scritto: ne hanno mangiato uno intero a testa! – Bruno e il giudice? «Leggere, appetitose, le aranzadas sono l’ideale dopo una scorpacciata di porceddu: mandorle, miele e arance» espone Bruno, manco fosse il cameriere, ad Aloisi.
Il riferimento all’aranzada ci consente di affrontare un altro aspetto di estrema pochezza del testo, e cioè il ricorso ai termini in limba, sfuggiti anche alla minima correzione di bozze visto che sono usati con grande confusione tra singolare e plurale («un’aranzadas» e «un’altra aranzada» si alternano a distanza di una pagina, così come si alternano il corretto «isbirru» allo scorretto «l’isbirros»). Potremmo continuare a lungo, tra anziani che girano in paese con «la doppietta a tracolla» come se portassero a spasso il cane e t-shirt con – naturalmente – «la scritta Ichnusa»: ma il sugo si sarà capito.
Detto che il tentativo di offrire una riflessione sul rapporto tra destino e volontà individuale finisce sepolto dal macchiettismo e dalla diffusa approssimazione che contraddistingue molti aspetti del romanzo, anche quelli che non riguardano l’isola, forse è davvero giunto il momento di studiare in maniera sistematica l’insistenza di autori non sardi verso la Sardegna (gli editori, banalmente, vi insistono per soldi: e a maggior ragione avrebbero l’obbligo di farlo bene), specie se il modo di occuparsene è quello che esibisce “L’amore non basta” - è in buona, si fa per dire, compagnia: ci occuperemo a breve di un altro caso non meno sconsolante - e sulla fascinazione che, comunque, una simile Sardegna di cartapesta non smette di esercitare su tanti lettori.
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