La Nuova Sardegna

L’intervista

Federico Buffa: «Lucio Dalla il nostro artista più grande del secondo Novecento, la storia più bella? Muhammad Alì»

di Paolo Ardovino
Federico Buffa: «Lucio Dalla il nostro artista più grande del secondo Novecento, la storia più bella? Muhammad Alì»

Il giornalista raccontastorie sarà a Cabras con uno spettacolo sul cantautore bolognese

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La Peschiera Mar’e Pontis, a Cabras, il 10 luglio diventa il palcoscenico per “Il futuro è tra mezz’ora”. Federico Buffa, il raccontastorie per eccellenza, per il festival letterario dell’archeologia promosso dalla Fondazione Mont’e Prama racconta Lucio Dalla nelle sue ultime 48 ore. Dal concerto a Montreux all’infarto, il primo marzo 2012. Sul palco anche Alessandro Nidi al pianoforte ed Emanuele Nidi a chitarra e voce.

Prima di parlare dello spettacolo, chi è Lucio Dalla per lei?

«Il più importante artista italiano del secondo Novecento».

Lo ascolta da sempre?

«Dalla fine degli anni ’70 fino a stasera, senza mai un’interruzione».

Va bene, adesso mi dica da dove proviene l’idea di uno spettacolo sulle ultime 48 ore del cantautore bolognese.

«Personalmente, io e gli altri che sono con me sul palco non ci saremmo mai permessi di toccare quel materiale radioattivo. Il nostro tour manager, Luca Gnudi, è anche colui che gli ha applicato l’ultimo massaggio cardiaco. E lui ci raccontava tanti episodi di Lucio, perciò dopo averne sentiti quattrocento ci è venuta l’idea di raccontare le ultime 48 ore che finora conoscevano solo due persone. Luca e Marco Alemanno, il compagno di Dalla. E lo spettacolo è strutturato come una scaletta, si attraversano le canzoni di quel suo ultimo concerto».

Cosa le piace della sua musica?

«Sono attratto dal fatto che in tre minuti era capace di raccontare storie altrui. Oggi “Anna e Marco” non la scriverebbe nessuno, perché sono tutti autoriferiti».

Se gli affianco nomi come De André, De Gregori o Guccini?

«Sono cantautori che hanno in comune una grande sensibilità, ma espressa in maniera diversa».

Se esiste una scuola bolognese è merito di Lucio Dalla, non crede?

«A oggi se guardi quanti vengono ispirati o sono entrati in contatto, ci sono tutti. Quelli che sono più sinceri o meno sinceri nelle loro canzoni. Che lui sia stato un maestro? Questo non lo so onestamente, non l’ho vissuto. È probabile che fosse discontinuo, come tutti i geni, molto o poco generoso».

Mi dice un momento particolare dello spettacolo?

«Per gran parte del tempo vedi che tra il pubblico tutti riconoscono le canzoni, le sillabano, poi però il finale è davvero forte. È il ritorno da Montreux a Bologna. Ti accorgi che la gente sta pensando “io dov’ero?”».

E lei dov’era quando le arrivò la notizia?

«Stavo girando in Sicilia, a Catania. Me lo disse una delle produttrici e sono stato in silenzio qualche minuto. Però non potevamo permetterci di fermarci sul set, e abbiamo continuato».

E in generale le storie che le piacciono di più da raccontare?

«Muhammad Alì, l’Italia dell’82, Gaetano Scirea. Sono tre storie dove ti accorgi che lo sport fa parte della cultura popolare del mondo e che i protagonisti non sono solo sportivi, ma artisti».

Domandone: lo sportivo più grande di tutti?

«Devi sceglierne uno tra Pelè e Maradona, e c’è Alì, e le singole Nazioni ne sceglieranno uno, in Brasile ti diranno Senna. Poi penso ai grandi ciclisti, ai motociclisti... io sono baskettaro, quindi mi viene da dire il più grande di tutti (Michael Jordan, ndr)».

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