La Nuova Sardegna

L’intervista

Victoria Karam: «Io, italiana dalla nascita ma non per lo stato»

di Paolo Ardovino
Victoria Karam: «Io, italiana dalla nascita ma non per lo stato»

Assistente parlamentare a Bruxelles, presenterà il suo libro “Volti italiani” al festival Liquida

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Ha quasi trent'anni, Victoria Karam e, per quanto sia nata in Italia, per lo Stato è italiana da appena sette anni. Quindi oggi racconta le storie di chi come lei ha dovuto fare esercizi di Pazienza e burocrazia o è ancora in attesa di ricevere una lettera che gli dirà «Sì, ora sei italiano». Il tema della cittadinanza è al centro dell'incontro di questa sera al festival “Liquida” ai piedi della Basilica di Saccargia. Victoria Karam, assistente parlamentare a Bruxelles, presenterà il suo libro “Volti italiani” dove ha raccolto quindici ritratti. Storie di vita nell’Italia odierna.

Come ha trovato le storie che ha deciso di raccontare?

«Il libro è arrivato dopo, il progetto partiva da Instagram. Qualche mese prima del referendum del 2025 sono partita dalla mia, di storia. Io sono nata in Italia da genitori brasiliani, ho vissuto sempre qui ma ho ricevuto la cittadinanza solo a 22 anni. Una lunga attesa per qualcosa che per me era già così dal giorno in cui sono nata».

Immagino che poi abbia capito che il suo non era affatto un caso isolato.

«Infatti, ho pensato di condividere sui social la mia storia con ragazzi che hanno avuto la stessa esperienza. Con il passaparola la pagina è cresciuta e ho trovato almeno settanta storie. Dopo il referendum non volevo far cadere il tema della cittadinanza nel dimenticatoio e ho deciso di scrivere».

Cosa è cambiato per lei quando è diventata cittadina italiana nero su bianco?

«Niente. Le persone hanno bisogno di incasellare altre persone, ma per le seconde generazioni questo aspetto svanisce perché non li puoi inquadrare perfettamente. Siamo persone con una doppia cultura, spesso il Paese di provenienza non lo si conosce neanche bene o non ci si è mai stati. La casa è l'Italia. Parliamo di gente che sogna in italiano, che gesticola come in Italia, che ha abitudini e modi italiani. Che senso ha dire "Tornatene al tuo Paese?", per me vuol dire tornare a Vicenza. Sono italiana dal primo giorno della mia vita, non devo essere integrata».

È diverso per chi in Italia ci è arrivato dopo?

«Per la prima generazione è un discorso di integrazione, sì. Ma i loro figli non sono più persone dalle quali aspettarsi che facciano solo dei lavori umili. Ora sono ragazzi che si laureano qui e giustamente diventano medici, insegnanti. Eppure ci ostiniamo a non riconoscere questa Italia, che esiste ed è plurale. Sentiamo parlare di remigrazione, proposte stupide e razziste. Alla lunga se hai la sensazione di non essere benvisto nel tuo Paese, convivi con il rancore».

Sta toccando tasti che dividono proprio la politica.

«Quando al governo c'eravamo noi, intendo il centrosinistra, questa legge sulla cittadinanza non l'abbiamo cambiata, è lì dal 1992. Ora fin quando c'è Meloni, e c'è un vicepremier come Salvini, non ho tante speranze. Loro giustamente hanno detto cosa pensano sul tema, è chiaro a tutti».

A sinistra divide?

«Ciò che mi preoccupa di più è che questo sia un tema divisivo nello stesso Campo largo. Se la coalizione tornerà al governo, spero nel 2027, è pronta a cambiare la legge? Di cittadinanza si parla poco e male. Siamo abituati alla narrazione sull'immigrazione irregolare, sull'insicurezza, sulla paura di uscire la sera. La gente si è sentita dire che la cittadinanza va meritata. Va fatto un lavoro di dialogo ma penso si abbia paura di perdere voti. È più facile battere sul salario minimo, lo capisco».

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