La Nuova Sardegna

L’intervista

Marianna Aprile: «Meloni-Schlein? Sarebbe una sfida tra due modelli di Paese completamente opposti»

di Alessandro Pirina
Marianna Aprile: «Meloni-Schlein? Sarebbe una sfida tra due modelli di Paese completamente opposti»

La giornalista sabato a San Gavino per presentare il suo libro sulla “rivoluzione femminile incompleta”

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In una tv sempre più uguale a sé stessa, ripetitiva nei contenuti e nelle facce, la sua è una voce diversa, disallineata, poco inflazionata. Marianna Aprile è uno dei volti di punta di La7. Per tutta l’estate, insieme a Luca Telese, ha condotto “In onda”, che ora, con la ripartenza di “Otto e mezzo”, va in onda ogni domenica alle 20.30. Aprile, sabato alle 19.30, sarà a San Gavino, ospite del Sanga Book Fest, giunto all’ottava edizione, con la direzione artistica affidata a Nicola Muscas, per presentare il suo libro “La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta”, edito da Rizzoli.

Aprile, lei parla di donne che hanno avuto un ruolo nella storia della Repubblica, ma spesso rimaste ai margini. Chi sono queste donne dimenticate?

«Direi tutte, tranne qualcuna. Da poco tempo abbiamo cominciato a raccontare il contributo delle 21 costituenti, a ricostruire il ruolo delle partigiane al di là dell’icona della staffetta. Il contributo delle donne alla conquista della democrazia prima e dei diritti poi è stato troppo poco raccontato. Come poco raccontate sono state le donne che hanno trovato spazio e voce: scrittrici, poetesse. Chi ha avuto la fortuna di nascere in famiglie illuminate – penso a Elena Cornaro, prima laureata d’Italia, o a Cristina da Pizzano, prima donna, siamo nel 1400, a campare la famiglia con i proventi della propria attività di scrittrice – ha avuto un po’ più di risalto, ma in realtà sono state molte di più».

Il titolo parla di una “rivoluzione incompleta”: che cosa si è conquistato e che cosa, invece, è rimasto incompiuto?

«Esiste uno scarto tangibile tra come la cittadinanza delle italiane è stata disegnata, legge dopo legge, riforma dopo riforma, e come viene esperita nella quotidianità. Al netto di leggi, principi costituzionali, persino quote che dovrebbero concorrere a garantire a noi diritti garantiti ai cittadini maschi, per le donne la cittadinanza resta una corsa a ostacoli. Siamo pagate meno, continua a resistere il bivio esistenziale che ci obbliga a dover conciliare la voglia di essere madri e lavoratrici. Su questo piano dobbiamo ancora sottostare a ricatti più o meno espliciti. Nonostante gli articoli 3, 4 e 37, alle leggi sulle madri lavoratrici, i nostri diritti non trovano applicazione. Pensiamo alla legge sull’aborto: sta lì, intoccata da allora, ma se nasci nella regione sbagliata devi pagare o cambiare città».

Quali sono, secondo lei, le donne che hanno lasciato l’impronta più profonda nella storia della Repubblica?

«Ce ne sono, per fortuna, tante, a partire dal passaggio cruciale dal regime alla democrazia. Ci sono anche luoghi che sono stati fondamentali, come “Noi donne” o l’Udi. Mi piace ricordare Anna Garofalo, prima conduttrice radiofonica. Ecologista, pacifista, femminista negli anni ’40».

La prima presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è una donna di destra. Perché la sinistra si è fatta superare?

«Nel libro ho posto questa domanda a Lidia Ravera. Lei racconta di essersi arrovellata molto su questa che, di fatto, è una sconfitta per la sua parte politica. Poi ha avuto un’illuminazione: le femministe non le vuole nessuno, né gli uomini né le istituzioni, perché, a torto o a ragione, impongono una frattura, un cambio di schema e un cambiamento potenziale dell’idea di potere e dell’agenda del potere. Le conservatrici, compresa Meloni, secondo Ravera non determinano questa frattura, ma tendono a conservare. La loro agenda politica ricalca quella di chi le ha precedute. La novità, quindi, non è necessariamente legata al genere o all’appartenenza: non basta essere donne. Per quanto riguarda Meloni, Ravera riconosce che è stata vittoriosa e meritoria e non ha sbagliato niente. Lo ha fatto da sola, per sé, un po’ come fanno gli uomini. Se invece si pensa in termini di collettività, bisogna ricordare le 21 costituenti. Loro portavano le istanze delle italiane, indipendentemente dalla cultura politica a cui appartenevano».

Una sfida Meloni-Schlein sarebbe, dunque, una competizione tra due diversi approcci?

«Esatto. Schlein - fosse stato un uomo a guidare il Pd, non sarebbe mai stato messo in discussione, ma lei è donna e anche bisessuale - sarebbe la frontman di una collettività, Meloni di una comunità. Sono due approcci diversi che si riverberano nello stile della leadership. Sarebbe una sfida interessante tra due modelli di Paese completamente opposti. Ma è già epocale che da un anno e mezzo parliamo di politica solo attraverso figure femminili: Meloni, Schlein, Salis, Marina Berlusconi».

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