Palacongressi, una vergogna trentennale
La struttura di Maria Pia monumento all’incapacità del pubblico insieme ai 1200 ettari di Surigheddu e Mamuntanas
ALGHERO. Anche il 2016 si presenta portando con sè il pesante bagaglio di quelle che possono essere considerate due pietre miliari – e purtroppo non le sole – della incapacità nella gestione pubblica dei beni immobiliari e delle risorse naturali.
Si parla del Palazzo dei Congressi di Maria Pia e delle aziende agrarie di Surigheddu e Mamuntanas. Entrambe di rigida competenza regionale. Nel primo caso di tratta di un’opera voluta negli anni Ottanta dall’allora assessore al Turismo Martino Lorettu all’interno di un progetto complessivo che aveva valide ragioni di base: l’area era appunto quella di Maria Pia, che il piano regolatore generale individuava come zona alberghiera, e il centro congressi, con impianti sportivi collaterali, avrebbe svolto il compito di attrazione verso il ricettivo oltre che di riferimento del turismo congressuale che tradizionalmente si svolge in bassa stagione e quindi uno strumento utilissimo per la prosecuzione dell’attività stagionale con evidenti ricadute occupazionali. Questo il principio che ha ispirato l’intervento.
Ma le cose andarono diversamente: il progetto del Palacongressi si mosse nel 1984, venne realizzato nel corso degli anni, vantando a oggi costi per circa 25 milioni di euro, ma non ha mai funzionato. Ai tempi della giunta di Renato Soru c’è stata una sorta di inaugurazione farsa, giusto per la passerella delle autorità, ma l’impianto non è mai stato aperto ufficialmente. Lo stesso vanta anche record dei quali non si può certo portare vanto: per adeguamenti alle normative che man mano venivano adottate, vennero sostituiti per un paio di volte gli impianti termici senza aver mai funzionato. Ora il centro congressi di Maria Pia ospita erbacce, cani randagi, piccioni e gabbiani, oltre a essere bersaglio di frequenti episodi di vandalismo con danni ingenti.
Egualmente penosa è la vicenda delle aziende di Surigheddu e Mamuntanas, più datata rispetto al Palacongressi, acquisiti al monte pascoli, patrimonio regionale, quando l’assessorato all’Agricoltura era stato assegnato a Gesuino Muledda. Considerate tra le terre più fertili dell’intera Sardegna, circa 1.200 ettari, da allora non hanno svolto alcuna funzione in agricoltura se non quella di ospitare un certo numero di allevatori che le hanno occupate e, per una cinquantina di ettari, destinate all'università di Sassari per la ricerca.
A ogni legislatura se ne parla, ci sono stati anche dei progetti, compreso quello di allevamento di struzzi, che pare essere una coltura tradizionale della Sardegna, ma nessuno è andato a buon fine. Tra le ipotesi anche quella di un utilizzo diversificato: agricoltura, allevamento, conservazione dei prodotti, una filiera a circuito chiuso che comprendeva anche il turismo ricettivo. Ma da oltre 30 anni le due aziende vivono l’assoluta indifferenza operativa dell’autorità regionale nonostante, per restare alla sola agricoltura, per soddisfare i consumi del nostro turismo importiamo dai mercati della Spagna, da Barcellona, tonnellate di frutta e verdura che finiscono nei grandi centri di distribuzione e quindi negli alberghi. Importazioni che avvengono per la mancanza, quantitativamente, di prodotto locale.
Un progetto mirato, per soddisfare questa esigenza, venne elaborato dall’assessore al’Agricoltura Antonello Paba e riguardava in particolare la piana di Mamuntanas e i comparti olivicolo, vitivinicolo, frutta e verdura. Anche Renato Soru fece predisporre un progetto di sviluppo delle due aziende agrarie affidandone la realizzazione a Mario Consorte, già direttore generale della Sella & Mosca, enologo tra l’altro di fama nazionale. Ma senza alcun risultato concreto.
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