Addio alle splendide nacchere nei fondali di Porto Conte, il batterio killer ha fatto un'ecatombe

Le nacchere in mezzo alle posidonie come non si vedono più nel fondale di Capo Caccia

E' il disastro: un fotografo naturalista ha girato in lungo e in largo per ore e non ha trovato un esemplare vivo

SASSARI. Il cimitero si distende silenzioso per miglia e miglia. Le nacchere giacciono sul fondo del mare, adagiate sulle praterie di posidonia, come relitti dimenticati. È un'ecatombe senza fine, nelle acque dell'area marina protetta di Porto Conte non si vede l'ombra di un solo esemplare vivo. Fabio Fish, 46 anni, fotografo amatoriale, naturalista, ha perlustrato i fondali per una giornata intera. Ha documentato le sue immersioni con dei video che levano il fiato, per la desolante tristezza che trasmettono. «Ho girato in lungo e in largo per ore, e non sono riuscito a trovare un solo superstite. Ho una grande passione per le nacchere e sono anni che mi immergo e ritraggo il loro suggestivo habitat. Mai mi era capitato di vedere una simile ecatombe. Ho seriamente paura che in tutta l'area di Porto Conte si siano definitivamente estinte».

Alghero, il batterio killer fa una strage di nacchere a Porto Conte

La fotocamera sfiora le alghe, che si muovono come capelli pettinati dalla corrente. I gusci vuoti delle nacchere sono adagiati tra la posidonia. Se ne contano decine, sparpagliati a pochi metri l'uno dall'altro. Un cimitero sterminato e immobile. I video datati 2018 e girati negli stessi fondali, restituivano un paesaggio completamente diverse. Queste cozze gigantesche si innalzavano fiere sulla sabbia, con le porte socchiuse per succhiare la linfa del mare. Che poi serravano prontamente se provavi ad accarezzarle. Erano presenze suggestive, come tanti menhir conficcati da millenni sotto la pelle del Mediterraneo.

L'Area Marina Protetta, l'Università e il Parco in questi due anni non hanno potuto far altro che contare i morti e certificare la progressiva scomparsa della specie. «Abbiamo perso il 99 per cento degli esemplari - dice il naturalista Alberto Ruiu - le pinna nobilis ancora in vita si contano sulle dita di una mano. E ad Alghero ce n'erano centinaia di migliaia. Al momento non c'è possibilità di salvarle, purtroppo devono cavarsela da sole».

Il killer seriale è un parassita protozoo chiamato haplosporidium pinnae. Ha cominciato ad attaccare le ostriche, poi nel 2016 ha fatto strage di nacchere nella costa spagnola. Da quel momento si è diffuso su tutto il Mediterraneo, sterminando i molluschi bivalve anche in Sardegna. «Infetta i tessuti, raggiunge l'apparato digerente, e li fa morire di fame. Curara la pinna nobilis è impossibile: non esiste una terapia e somministrare un antibiotico in ambiente acquatico è impossibile». Così si naviga a vista, un po' come con la pandemia Covid, sperando che allenti la presa.

«Il progetto portato avanti dalle aree marine e dalle Università - spiega Ruiu - consisteva nell'analizzare il dna dei pochi esemplari superstiti. Studiare cioè i loro meccanismi di resistenza al batterio. Purtroppo i casi sono davvero rari e i risultati non ci portano verso una soluzione». La speranza è che la pinna nobilis, attecchita millenni fa nelle acque del Mediterraneo, sopravvissuta alle insalate di mare servite nelle tavole dei ristoranti, trovi la forza di risorgere un'altra volta e colonizzare nuovamente i fondali.

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