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Alghero

Il processo

Accusati di rubare al Conad di Alghero: coniugi condannati a due anni

di Nadia Cossu
Accusati di rubare al Conad di Alghero: coniugi condannati a due anni

Il giudice non ha creduto alla difesa degli imputati: «Ce lo aveva chiesto il titolare»

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Sassari Due anni e due mesi di reclusione ciascuno, una condanna più pesante rispetto a quella richiesta dalla Procura (che era di un anno e 4 mesi) e gli atti restituiti dal giudice Paolo Bulla al pubblico ministero affinché valuti l’eventuale sussistenza di ulteriori reati.

Si è concluso con una sentenza severa il processo a carico di una coppia di coniugi, oggi di 69 e 67 anni, accusati di una serie di furti ai danni del supermercato Conad di Alghero. Loro si erano difesi sostenendo di aver rubato “su commissione”, furti richiesti dallo stesso titolare del supermercato Conad per testare il sistema antitaccheggio.

Tutto messo nero su bianco, a loro dire, in un formale contratto. A questo proposito, tra le nuove ipotesi al vaglio della Procura potrebbe esserci quella di falso, proprio in relazione alla firma del titolare del supermercato apposta sul presunto contratto prodotto dai due imputati a sostegno della loro singolare versione dei fatti.

Una sottoscrizione evidentemente ritenuta non genuina dal giudice, anche alla luce delle conclusioni del perito nominato nel corso del procedimento, che aveva escluso l’autenticità della firma.

La vicenda aveva assunto contorni decisamente insoliti proprio per la giustificazione fornita dalla coppia. Il loro compito sarebbe stato quello di verificare l’efficienza dei sistemi di sicurezza: non solo l’antitaccheggio ma anche le telecamere di videosorveglianza, fino alla capacità dei dipendenti di individuare eventuali ammanchi tra gli scaffali. Una sorta di collaudo sul campo, dunque, che sarebbe stato autorizzato dall’imprenditore attraverso un accordo scritto.

Un documento che il titolare del Conad, costituitosi parte civile con l’avvocato Agostinangelo Marras, ha però sempre disconosciuto, negando di averlo mai predisposto o firmato. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra gennaio e aprile del 2021.

Secondo l’accusa, marito e moglie avrebbero sottratto ripetutamente prodotti dagli scaffali, tra cui articoli per l’igiene personale, deodoranti, shampoo, carne, surgelati e verdura venduta a peso, compresi alcuni finocchi. Le immagini delle telecamere avrebbero documentato diversi episodi, mostrando comportamenti che, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbero stati finalizzati a eludere i controlli. In alcune circostanze i due avrebbero approfittato dei punti ciechi della videosorveglianza, nascondendo la merce nelle borse e pagando alla cassa soltanto altri prodotti. In altri casi avrebbero estratto gli articoli dalle confezioni, abbandonando gli imballaggi tra gli scaffali. Una ricostruzione sempre contestata dalla difesa, secondo la quale si sarebbe trattato di sottrazioni simulate, nell’ambito delle verifiche concordate, con la successiva restituzione della merce.

Anche su questo punto le versioni delle parti sono rimaste contrapposte: per l’accusa, infatti, i prodotti non sarebbero mai tornati nella disponibilità del supermercato. Nel corso del processo uno dei nodi centrali è diventato proprio il presunto contratto esibito dai coniugi, sul quale comparivano il timbro aziendale e una firma attribuita al rappresentante legale del Conad. Il titolare ha negato di aver sottoscritto il documento e l’accertamento grafologico disposto dal giudice ha concluso per la non autenticità della firma. L’avvocato Stefano Carboni, difensore degli imputati, aveva sollevato diverse obiezioni sulle modalità con cui era stata condotta la perizia e dopo la lettura della sentenza ha preannunciato il ricorso in appello, convinto dell’innocenza dei suoi assistiti.

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