La Nuova Sardegna

Nuoro

Delitti del pozzo, chiesti due ergastoli

di Agostino Murgia
Delitti del pozzo, chiesti due ergastoli

L’intervento del procuratore generale al secondo processo d’appello nei confronti di Sebastiano Pompita e Mario Deiana

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Ergastolo per Sebastiano Pompita e per Mario Deiana, così come stabilito dalla corte d’assise di Nuoro: il procuratore generale Michele Incani non ha avuto dubbi sulla responsabilità dei due giovani di Oliena nella terribile fine di Pietrina Mastrone e di Tiziano Cocco, gettati ancora vivi nel pozzo della ex caserma rurale di Manasuddas, nelle campagne di Oliena, nell’ottobre del 2007. Quello che si svolge a Cagliari davanti alla corte presieduta da Grazia Corradini è il secondo processo d’appello per la tragica vicenda: la Corte di cassazione, infatti, dopo aver annullato la sentenza della corte d’assise d’appello di Sassari (che confermava il verdetto di primo grado) aveva ordinato un nuovo dibattimento da tenersi a Cagliari. La Cassazione, tra i vari rilievi, chiedeva una più attenta verifica dell’attendibilità di Mauro Fele, anch’egli di Oliena, condannato all’ergastolo al termine del processo con rito abbreviato. Fele aveva puntato il dito contro Sebastiano Pompita e Mario Deiana accusandoli dei due terribili delitti, commessi a qualche giorno di distanza l’uno dall’altro. Nel cercare di attenuare le proprie responsabilità, e di sfilarsi in particolare dall’omicidio Mastrone, Fele era caduto in diverse contraddizioni: questo e altri elementi erano stati utilizzati dai difensori dei due imputati – gli avvocati Gian Luigi Mastio e Antonio Colli – nel ricorso presentato in Cassazione.

«La non veridicità riscontrata in alcuni punti – ha affermato ieri il procuratore generale Incani nell’analizzare le varie fasi delle deposizioni del pentito – non può trasformare Fele in un bugiardo: la sua conoscenza dei fatti era reale e riscontrata, così come dimostrato dalle registrazioni dei discorsi con la sua fidanzata Antonella Artu e dalle successive testimonianze di quest’ultima: inquietante oltre non mai il linguaggio utilizzato dai due, che indicavano la Mastrone con il termine “glu, glu, glu”, a dimostrazione del fatto che i due erano ben consapevoli della fine fatta dalla donna dopo la sua sparizione».

Era stato Mauro Fele, a distanza di qualche giorno dall’omicidio di Tiziano Cocco, a fare la telefonata anonima nella quale si diceva che nel pozzo di Mansuddas c’erano due cadaveri. Secondo il rappresentante dell’accusa, il motivo del gesto è da ricercare nel fatto che Fele – ritenuto inaffidabile dai suoi complici per essersi confidato con la fidanzata – aveva paura di finire in fondo al pozzo con la Artu e di non essere mai più trovato. «Senza quella telefonata – ha precisato il procuratore generale – i cadaveri sarebbero stati trovati chissà quando: ciò dimostra la piena attendibilità del Fele, così come sancito anche dalla sentenza definitiva nei suoi confronti». Un altro elemento importante sottolineato dall’accusa si riferisce ad Antonella Artu e dimostra la sua attendibilità. «Ancora prima che fosse trovato il cadavere della Mastrone – ha sottolineato il pg – Pompita, che accusava la donna di parlare troppo, le aveva detto: attenta che fai glu-glu anche tu».

Pietrina Mastrone, 41 anni di Oliena, era una donna che viveva un po’ ai margini e che spesso vagava tra Nuoro e il suo paese. Tiziano Cocco, 31 anni, di Samassi, era invece un autotrasportatore che con regolarità si recava a Oliena per scaricare frutta e verdure, proprio davanti alla casa di Deiana. La donna sarebbe stata gettata nel pozzo perché si era rifiutata di cedere alle richieste sessuali dei suoi aguzzini, Cocco per pochi euro e qualche cassetta di frutta. Il pg Incani ieri è ritornato anche sulla posizione di Consuelo Loi e Antonello Boi, due giovani di Oliena che gravitavano intorno al gruppo di Fele, Deiana e Pompita. «Nei loro confronti – ha precisato Incani – per esigenza di giustizia ci sarebbe voluto un maggior approfondimento: ma c’è stato solo un decreto di archiviazione, non una sentenza». Come a dire che la loro posizione potrebbe essere rivisitata. Poco dopo il ritrovamento dei due cadaveri, Consuelo Loi si era presentato di sua inziativa nella caserma dei carabinieri e aveva detto di essere stato qualche giorno prima a Manasuddas e di aver maneggiato una corda che spuntava dal pozzo: se quindi i militari avessero trovato le sue impronte non si sarebbero dovuti meravigliare. Mauro Fele aveva accusato anche Loi e Boe, ma la procura di Nuoro aveva deciso di archiviare la loro posizione.

Dopo il procuratore generale, ieri la parola è passata alla parti civili, gli avvocati Michele Mannironi e Angela Nanni per i familiari della Mastrone e Massimiliano Podda per i Cocco.

L’avvocato Mannironi, nel chiedere un intervento deciso dei giudici, ha sostenuto la piena attendibilità di Fele. «Le dichiarazioni della Artu e di Fele – ha detto il legale – sono due autonomi percorsi di prova. Chiediamo un verdetto di veridicità e giustizia poiché gli elementi emersi a carico di Pompita e Deiana dimostrano la loro responsabilità nell’omicidio di Pietrina Mastrone e di Tiziano Cocco: due giovani che hanno avuto la sventura di imbattersi in una banda che ha ucciso in maniera gratuita e terribile».

L’avvocato Angela Nanni si è soffermata anche sull’ultima lettera inviata da Mauro Fele: «Gravemente malato e con un ergastolo sulle spalle, Fele ha cercato di scagionare i suoi ex complici dicendo di aver fatto tutto da solo: è un insulto all’intelligenza di chi siede in quest’aula e alla memoria delle vittime. Le indagini sono state difficili: non abbiamo alcuna arma del delitto, se non la violenza cieca degli assassini, ma gli elementi a loro carico sono inequivocabili».

La piena responsabilità dei due imputati (Deiana è a piede libero per decorrenza dei termini mentre Pompita è detenuto per altri reati) è stata sostenuta anche dall’avvocato Massimiliano Podda, che tutela la famiglia di Tiziano Cocco.

Il processo riprenderà l’11 giugno con le arringhe degli avvocati Gianluigi Mastio e Antonio Colli, rispettivamente difensori di Mario Deiana e di Sebastiano Pompita.

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