La Nuova Sardegna

Nuoro

Residenza familia il pm: 5 anni per Serra

di Kety Sanna
Residenza familia il pm: 5 anni per Serra

Le richieste dell’accusa per la direttrice del centro di via Aosta 

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NUORO. La lunga requisitoria iniziata la settimana scorsa da parte del pubblico ministero Giorgio Bocciarelli si è conclusa ieri mattina, intorno alle 12,30 davanti alla Corte d’assise di Nuoro (presidente Cannas) con la richiesta di due condanne per «morte come conseguenza di abbandono e non come omicidio colposo». Cinque anni di reclusione per l’ex direttrice della Residenza familia di via Aosta, Rosanna Serra (difesa dall’avvocato Francesco Lai) e sette per Gianluigi Masala, ex presidente dell’associazione (difeso dall’avvocato Francesco Carboni). Una discussione lunga e articolata, basata sulle testimonianze che di volta in volta si sono susseguite in aula e che hanno permesso, secondo l’accusa, di provare la colpevolezza dei due imputati, accusati di omicidio colposo, maltrattamenti, esercizio abusivo della professione e abbandono di incapace.

L’accusa Il pm ieri mattina, ripercorrendo la deposizione del medico nuorese, Silvana Tocco, ha ricordato il cambiamento registrato all’interno della casa di riposo ed evidenziato una serie di criticità vissute dai pazienti sia per quanto riguarda l’igiene personale che l’alimentazione ma anche irregolarità sul fronte della sicurezza. Durante la deposizione, la teste che oltre come parente di un ospite faceva anche il medico volontario e controllava i pazienti, aveva sottolineato che all’inizio la struttura era pulita e anche la quantità del cibo era sufficiente. La situazione era cambiata successivamente, dopo la morte del marito, quando aveva iniziato a registrare comportamenti particolari tra gli operatori e la direttrice.

«È lei – ha ricordato il pm – che aveva sottolineato come la Serra fosse diventata aggressiva con i suoi dipendenti. Inoltre, nonostante la Tocco fosse un medico non poteva accedere ai farmaci che venivano somministrati ai pazienti della casa di riposo». Il motivo? Per il pubblico ministero, era legato al fatto che i medicinali scaduti venivano mischiati agli altri, esattamente come erano stati trovati dagli agenti della polizia durante il sopralluogo nel luglio 2015.

«Sarebbe dovuta essere una struttura importante per la città – ha aggiunto il pm – se solo si fosse rispettato il regolamento: ossia il numero di infermieri diurni, per esempio, doveva essere di uno ogni 15 pazienti autosufficienti. Peccato che in via Aosta – ha continuato Bocciarelli – a volte si trovava un solo Oss per tutti gli ospiti (la maggior parte non erano autonomi) e, ovviamente, non poteva riuscire a far fronte a tutto. Perché il personale nella struttura è stato assunto solo dopo l’attività investigativa portata avanti dalla Procura nel 2015. Altrimenti, avrebbe dovuto chiudere». In merito ai decessi, in particolare al suicidio della signora Anna Mele, il pubblico ministero ha poi rimarcato che sarebbe bastato usare il buon senso anche non avendo alcuna norma scritta, per riuscire ad evitare la tragedia. «Nel corso di questo processo – ha aggiunto Bocciarelli – sembra che ci sia stato l’ammutinamento degli Oss nei confronti della direttrice. La verità è che i malumori si sono venuti a creare proprio nel momento in cui i dipendenti non riuscivano più a lavorare bene e gestire la struttura».

La parte civile I familiari delle tre vittime: Stelio Giuliani, il 73enne che nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio del 2014 venne ricoverato al San Francesco in gravi condizioni a causa di lesioni, dissero i medici, inferte da colpi violenti; Anna Luigina Mele, la signora di Mamoiada che il 5 luglio del 2013 si è suicidata buttandosi giù dalla finestra – priva di inferriate – del quarto piano della casa di riposo e Niccolò Granara, l’anziano deceduto al San Francesco per disidratazione si erano costituiti parte civile con l’avvocato Nazarena Tilocca che ieri dopo l’accusa ha preso la parola. Rivolgendosi alla Corte il legale ha parlato di diritti violati nei confronti di persone che la malattia ha reso non più autosufficienti e che quindi necessitavano di costanti cure e attenzioni.

«Le famiglie, spesso, sono costrette a rivolgersi a strutture come la Residenza familia – ha detto l’avvocato – strutture in grado di assistere i loro cari. Così è successo per i signori Stelio, Mele e Granara ospiti da tempo della casa di riposo di via Aosta dove, nel 2013 vennero portati anche gli ospiti del Sacro Cuore. La struttura in quel momento ha accolto un numero di persone superiore al personale presente e, solo per questo, si sono venuti a creare problemi per i pazienti che sono stati abbandonati. «La direttrice – ha aggiunto il legale di parte civile – era a conoscenza di questa situazione nonostante, a più riprese, abbia cercato di scaricare su altri le sue responsabilità. In questa aula – ha sottolineato l’avvocato Tilocca – nonostante le cose dette, non ci sono mai state parole di pentimento o di scuse nei confronti dei familiari delle vittime. Al contrario si è assistito a continue negazioni da parte degli imputati, consapevoli della situazione che si viveva all’interno della struttura che continuava, all’esterno, ad apparire come un luogo accogliente. In realtà però era paragonabile a una bambola di porcellana, costosa ma incantevole solo in apparenza».

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