Omicidio di Pina Sedda, rinvio sulla revisione

Ieri in Corte d’ Appello a Roma la richiesta presentata da Gianfranco Cherubini, il marito della vittima condannato all’ergastolo. La decisione il 4 marzo

NUORO. È approdata ieri in Corte d’Appello a Roma (Quarta sezione penale) l’istanza di revisione del processo presentata da Gianfranco Cherubini, 60 anni, condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie, Maria Pina Sedda. La donna aveva 42 anni, era sordomuta ed era stata uccisa nella cantina della casa in via Fiume a Nuoro, il 23 luglio 2002, dove viveva con il marito e con la loro figlioletta. Ma la decisione dei giudici si è bloccata su due scogli procedurali. Intanto, il fatto che Cherubini, detenuto nel carcere di Uta, non abbia potuto partecipare al dibattimento da remoto perché dal penitenziario non si è potuta attivare la strumentazione. La Corte ha poi acquisito la memoria difensiva presentata dall’avvocato Gianluigi Mastio, legale della madre e delle sorelle della vittima, parti civili, che ha eccepito l’inammissibilità della richiesta di revisione per manifesta infondatezza. I giudici scioglieranno la riserva il prossimo 4 marzo, data alla quale è stata rinviata l’udienza.

A rappresentare Gianfranco Cherubini è l’avvocato Luigi Alfano. Il legale esporrà le nuove prove che dovrebbero gettare una luce completamente diversa sull’accaduto e contenere un vigore tale da sovvertire il giudizio di colpevolezza definitivo. Queste prove sono state raccolte da un investigatore, Davide Cannella, e da un genetista forense, Eugenio D’Orio. Si basano sull’analisi di tre tracce di sangue rilevate all’interno del condominio di via Fiume teatro dell’omicidio, e partono dall’assunto che non siano attribuibili a Gianfranco Cherubini, e che la difesa colloca in quella che ritiene esser stata la via di fuga dell’omicida. Quelle tracce non sono di Gianfranco Cherubini, come ha evidenziato la prova del Dna eseguita dal genetista. Di conseguenza, sarebbe dimostrato che Cherubini non è l’assassino.

Ma questo elemento, ha sottolineato l’avvocato Mastio, non è certamente una prova della non colpevolezza di Cherubini. «Il tema delle tracce ematiche, già in primo grado – scrive Mastio – è stato affrontato e risolto attraverso un giudizio declinato a rango di mera ipotesi, di non decisivo rilievo, avulso dal quadro indiziario complessivo». Questa circostanza è stata valutata come un elemento neutro, irrilevante dal punto di vista probatorio. Fermo restando che quelle goccioline di sangue potrebbero essere state lasciate in momenti lontani dal delitto, e infatti non se ne è dimostrata la connessione,Chrubini era imputato del delitto in concorso con altra persona; ma la stessa dinamica dell’omicidio, la povera Maria Pina colpita da dietro, il cranio sfondato senza possibilità di reazione, cancellano l’eventualità che l’aggressore sia stato ferita dalla donna in un improbabile tentativo di difesa. E a sostegno della circostanza che dovrebbe costituire il nucleo della tesi assolutoria, ossia che “le tracce rappresenterebbero con ragionevole certezza la fuga dell’offender dal luogo del reato”, non è stata allegata alcuna prova né nuova né preesistente, tantomeno di carattere scientifico». Il 4 marzo la decisione della Corte.

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