Nuoro, il Giorno della Memoria: ecco le medaglie d’onore per Lovicu, Tolu e Vacca

Natale Lovicu

Cerimonia in prefettura per i tre giovani di Orgosolo, Ovodda ed Escalaplano che furono deportati dai nazisti nei campi di concentramento oppure internati in campi militari

NUORO. «Le ricerche condotte dall’Istasac hanno consentito di fornire la documentazione richiesta dal Comitato operante presso la presidenza del Consiglio, il quale si è pronunciato per il riconoscimento dello status di deportato per Vacca e di internato militare per Lovicu e Tolu». È Marina Moncelsi, presidente dell’Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’età contemporanea nella Sardegna centrale, a spiegare il significato della cerimonia di consegna delle medaglie d’onore ai deportati o internati nei lager nazisti, in programma il, 27 gennaio, “Giorno della Memoria”, nel palazzo della Prefettura di via Deffenu.

«La legge n° 296 del 2006 ha istituito la “Concessione di una medaglia d’onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, ai quali, se militari, è stato negato lo status di prigionieri di guerra”. Nel rispetto di tale norma, l’Istasac – sottolinea Moncelsi – da tempo ha avviato ricerche sui deportati e gli internati militari nati in Sardegna, ricerche che stanno confluendo nell’Atlante degli Imi sardi (www.imisardegna.it, ndr), un sito internet in continuo aggiornamento». L’Istituto ha così aiutato i familiari di internati nella domanda di riconoscimento, che ogni anno (il 27 gennaio e il 2 giugno) si conclude con la cerimonia di conferimento delle medaglie presso le prefetture.


«Quest’anno saranno insigniti, seppure alla memoria, gli internati Natale Lovicu di Orgosolo e Orlando Tolu di Escalaplano, nonché il deportato politico Giovanni Antonio Vacca di Ovodda, quest’ultimo deceduto a Buchenwald dopo aver transitato nei lager di Natzweiler e di Sachsenhausen» svela Marina Moncelsi. Sarà il prefetto di Nuoro Luca Rotondi a consegnare queste tre le medaglie.

In contemporanea, invece, nella prefettura di Cagliari (dove vivono i familiari richiedenti) verranno insigniti anche agli orunesi Pietro Chessa e Francesco Manca. «Gli internati militari (Italienische Militär-Internierte- Imi) – riprende Moncelsi – non vennero dichiarati prigionieri di guerra, per aggirare gli accordi internazionali sul trattamento da riservare ai soldati caduti nelle mani del nemico. «Questo escamotage (applicato dalla Germania in accordo con Mussolini) impedì ai prigionieri di valersi del sostegno della Croce rossa internazionale – spiega ancora la presidente dell’Istasac – per quanto riguardava la corrispondenza con le famiglie, le norme sul lavoro obbligatorio e, non ultimo, l’alimentazione. Il trattamento riservato agli Imi rinchiusi nei numerosissimi stalag sparsi su tutto il territorio del Reich, non fu dissimile da quello di cui leggiamo relativamente ai campi di concentramento nazisti; la sola, importante differenza sta nello scopo: se per ebrei (e altre minoranze che i nazisti volevano eliminare) era prevista una “soluzione finale” attraverso lo sfruttamento e la morte, per gli internati e per i deportati politici non si parla di “selezione”, né di sterminio».

Ciononostante, la mortalità era altissima, anche se alcuni campi si distinsero per un trattamento meno disumano; degli oltre 800.000 soldati italiani catturati sui vari fronti di guerra, secondo gli studi di Gerhard Schreiber perirono almeno 45.000, escludendo i caduti nel tentativo di resistere alla cattura. A questi si devono aggiungere coloro che, pur rimpatriati, morirono successivamente a causa di malattie (in particolare Tbc) contratte durante la prigionia. «La Resistenza annovera dunque, e giustamente, anche gli Imi. Si tratta di un riconoscimento che, seppur tardivo – ribadisce Moncelsi –, contribuisce a rendere giustizia a quanti seppero mantenere fedeltà all’esercito italiano, nonostante fossero stati abbandonati alla loro sorte da un re e da uno Stato Maggiore che preferì mettersi in salvo lasciandoli senza ordini e senza disposizioni, e resistettero alla fame, al freddo, al lavoro coatto. Quest’ultimo fu, forse, l’elemento di maggior sofferenza: alla Germania, da anni in guerra su vari fronti, serviva una gran quantità di manodopera avendo utilizzato nell’esercito tutti gli uomini disponibili, pertanto la disponibilità di tante braccia da sfruttare nelle fabbriche, nelle campagne, nello sgombero delle macerie e in tutte le attività pesanti, fu letteralmente una manna dal cielo. Senza alcuna considerazione né rispetto per quelle centinaia di migliaia di soldati, il Reich li sfruttò come forza lavoro schiavizzata e priva di alcun diritto». Tra loro c’erano alcune migliaia di sardi: secondo le ricerche ancora in corso da parte dell’Istasac si tratterebbe di almeno 7.000 tra soldati di truppa e ufficiali, carabinieri, a cui si aggiungono militari e allievi di Marina, Aviazione, Guardia di Finanza. «Negli scorsi anni sono stati insigniti di Medaglia d’Onore già parecchi sardi, molti dei quali grazie alle ricerche dell’Istituto».

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