La Nuova Sardegna

Nuoro

Sanità

«Le zone interne rischiano di restare senza pediatra»

di Luciano Piras
«Le zone interne rischiano di restare senza pediatra»

Nuoro, la denuncia del sindacato: «Danno per l’assistenza territoriale». Il segretario Paolo Zandara: «Coperta solo una delle sette aree carenti dell’Asl barbaricina»

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Nuoro «Su sette zone carenti della Asl di Nuoro, solamente quella che raggruppa Posada, Lodè e Torpè è stata scelta. Le altre, per ora, resteranno senza pediatra». Il quadro generale è a dir poco tragico: sul fronte bambini, al dramma dello spopolamento, con relativi tagli scolastici, rischia di aggiungersi anche il deserto sanitario. «Una situazione che investe la pediatria in generale, ma in Sardegna ha anche fattori negativi, che non hanno analogie in altre regioni» sottolinea Paolo Zandara, segretario per la Sardegna del Sispe, il Sindacato italiano specialisti pediatri. «Una situazione che rischia di penalizzare fortemente le zone interne» aggiunge mentre ricorda il bando chiuso lo scorso luglio per l’assegnazione degli incarichi. «Ho il timore che diverse sedi resteranno scoperte, a lungo, mettendo in difficoltà popolazioni e sindaci dei territori meno serviti» evidenzia il medico sindacalista. Le cause di questa situazione anomala sono presto dette.

«In Sardegna, i pediatri, pur avendo le competenze e i fondi necessari, vengono mortificati professionalmente, perché non possono mettere a frutto, appieno, con i bambini, le loro conoscenze specialistiche. Alla base di questo dato di fatto, ci sono errate interpretazioni contrattuali, e limitazioni economiche sui fondi destinati in bilancio. Con l’aggravante – spiega a chiare lettere il dottor Zandara – che gli organismi tecnici deputati a dare pareri in merito, nonostante ripetute richieste, per ora non hanno dato risposte esaustive».

Nel frattempo, la politica discute. Intanto andrebbero riviste le modalità di calcolo per individuare le zone carenti, «per renderle più adeguate alle esigenze dei territori, prevedendo anche differenti parametri da utilizzare nel computo, tra aree urbane e aree a bassa densità di popolazione. Ma un secondo e più importante aspetto, che colpisce, in termini negativi, la sola regione Sardegna, è che la scelta della zona carente risulta molto svantaggiata, a parità di prestazioni e condizioni, rispetto ai colleghi che lavorano in altre regioni d’Italia» chiarisce il pediatra di Carbonia portavoce dei pediatri sardi.

«Questo aspetto – sottolinea ancora Paolo Zandara – comporta sia una ridotta qualità dell’assistenza pediatrica, sia una ridotta retribuzione e gratificazione professionale dei pediatri, a parità di prestazioni, rispetto ai colleghi delle altre regioni». I motivi, tuttavia, non sono legati soltanto al ridotto volume dei fondi messi a disposizione per assistito: «Parliamo come base di spesa di circa lo 0,116% annuo del bilancio sanitario regionale, che supera i 4 miliardi di euro – precisa il segretario del Sispe Sardegna –. Purtroppo, a questa cifra, ogni anno, vengono sottratte somme importanti, a nostro parere a causa di una errata applicazione delle norme contrattuali e delle stesse delibere di giunta regionale, frutto di accordi sindacali, e gli organismi tecnici, che dovrebbero dare le giuste interpretazioni, nonostante le ripetute sollecitazioni, non hanno allo stato attuale fornito un parere nel merito delle problematiche». «Un esempio pratico, per capirci meglio, relativo alla qualità dell’assistenza riguarda, caso unico in Italia, l’ostacolo alla piena esecuzione delle prestazioni aggiuntive, sia nazionali, obbligatorie e facenti parte dei Lea (Livelli essenziali di assistenza, ndr), sia le regionali. Queste prestazioni sono dei test diagnostici e di prevenzione che il pediatra potrebbe eseguire in studio, in ogni angolo della Sardegna, senza inviare a specialisti o laboratori, contribuendo così sia alla riduzione delle liste di attesa, sia alla riduzione dello spopolamento delle zone interne».

Eppure: le prestazioni aggiuntive nazionali (facenti parte dei Lea) «sono limitate da una cifra irrisoria annua regionale, ossia 370.000 euro, cioè 3,6 euro a bambino. Le regionali, conseguentemente – spiega Zandara –, sono definanziate e in gran parte non retribuite, alcuni colleghi, oramai non le praticano più, altri hanno fatto ricorso in sede legale, tanto che ci sono già delle condanne a carico delle Asl». A parità di prestazioni, inoltre, le retribuzioni dei pediatri sardi sono le più basse in Italia, «altro esempio importante, una indennità nazionale, non retribuita, anche in assenza di accordi regionali in merito, ipotizzando quindi un carico medio di assistiti di 880 bambini, si può arrivare a 10/12.000 euro in meno annui. Cifre che verranno poi a mancare nella pensione del pediatra – evidenzia il sindacalista –. Si può calcolare su questa base, che in questi anni almeno 2.220.000 euro sono stati sottratti al fondo contrattuale dei pediatri, già ridotto di per sé, e siano poi terminati nella contabilità generale».

La speranza, comunque, è ancora accesa: «Dato che in questo periodo si va a trattativa per il rinnovo del contratto regionale, con l’intenzione di chiudere velocemente il nuovo contratto, questa può essere l’occasione per porre rimedio a questa situazione anomala, che penalizza sia i pediatri sia i bambini sardi. La Regione sta dimostrando disponibilità a trattare in merito, anche se la base economica di partenza è rimasta la stessa – chiude Paolo Zandara –. La speranza è che si giunga ad ottenere che la base di partenza, dell’assistenza pediatrica territoriale, sia allo stesso livello di altre regioni d’Italia, con il sogno di diventare, invece, una regione virtuosa, che più investa in sanità, tanto da attirare pediatri anche da altre regioni».

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